Vertigini
di Urdi
(nota importante a fondo fic)
Sakura abbassò lo sguardo dallo schermo che evidenziava una linea piatta, il
confine netto che separava la vita dalla morte. Incontrò il viso statico
dell’uomo che ormai si era spento. Scese sulle palpebre, sul naso dritto,
sulle labbra sottili, sui lunghi capelli biondi e sulle mani.
Ed ebbe un moto di rabbia Sakura, per quell’assurda impotenza, per
quell’assurda coincidenza, per…
/Ino…/ il pensiero volò immediatamente all’amica, che fuori dalla stanza
attendeva un responso.
Gli occhi verdi della
ragazza vagarono smarriti su quelli di Shizune.
“Glielo dico io.” Aveva mormorato la donna, ma la giovane aveva scosso il
capo.
“No. Voglio farlo io.” E la sua voce tremò appena allo stesso ritmo delle
sue ginocchia, cercando di farsi forza.
“Vorrei dirti che abbiamo iniziato con il piede sbagliato, ma non è così:
tutto è iniziato in modo perfetto, come un storia d’amore. Tu, come un
principe azzurro, ti sei protesa verso di me e mi hai aiutata, facendo sì che
io credessi di più in me stessa. Eri perfetta, bionda e spigliata, ma non
stupida, anzi. L’intelligenza brillava nei tuoi occhi, facendoti apparire
lucente.
Tutto è sempre stato cristallino in te:
lo sguardo, la risata, il carattere.
“Ciao! Io mi chiamo Yamanaka Ino, ma puoi chiamarmi Ino.”un sorriso così
non lo aveva mai visto.
“Ciao…Haruno Sakura.”aveva mormorato, asciugandosi gli occhi.
“Perché piangi Sakura?”un broncio leggero increspò le labbra sottili.
“Mi prendono in giro…sono così brutta…”
“Che cosa?! E tu lasciali parlare! Ci penserò io d’ora in avanti.”
E’ stata un’esplosione di gioia ritrovarci così…vicine. Vicine dentro,
in ciò che non appare.
E’ lì che il legame divenne saldo, rafforzato da un sorriso, da un pianto, da
un altro sorriso.
Non c’era freddo, non più. Ed io mi lasciavo cadere a testa in giù, nuotando
ormai senza nessuna barriera.
Dov’ero?
Dove eravamo?
Sembrava un grande prato fiorito. O forse sono i ricordi che sbagliano?
C’era solo felicità, come potevo pensare che un giorno ce l’avrebbero
strappata di dosso in pieno inverno?
“Non ci posso credere! Lo sapevi dannazione! Eppure t’è venuta voglia di
farti scopare e sei dovuta andare da lui! Da lui, accidenti!” Ogni espressione
sul volto di Ino, acquisiva più forza che su qualsiasi altro viso. Sakura prese
il proprio zaino e seguì la compagna fuori dall’aula.
“Ino, mi dispiace, lo so che è un casino e che avrei dovuto…”
Percorsero il corridoio della scuola senza curarsi degli altri studenti che le
guardavano incuriositi.
“Almeno taci per cortesia. – ringhiò la bionda, fermandosi all’improvviso
davanti alle scale, una mano stretta a tenere il manico della sua borsa -
Evitati patetiche scuse, sei una… non riesco neppure a dirlo, quanto sono
idiota!” e riprese a camminare spedita, furiosa come non lo era mai stata.
“Sono mortificata, - Sakura cercò le parole, mentre scendeva le scale, ma non
riuscì a trovare nulla di meglio da dire - ma io lo amo e…”
“Vaffanculo! Non mi interessa cosa cazzo provi, lui stava con me.”
Come potevo pensare che il nostro dividerci avrebbe preso forma in un solco
che finiva all’esatto centro della Terra?
Non c’era più nulla per noi?
Tu da una parte, io dall’altra. Entrambe a guardarci con un odio che proveniva
da tutt’altro mondo. Non era nostro, eppure lo abbiamo fatto nostro, lo
abbiamo condito, mangiato, giustificato. E così, con esso, è arrivato il farsi
male.
“E’ passato più di un anno, potresti anche rispondere ai miei messaggi.”
“Non credo che tu riesca a capire che cos’hai fatto. Non vi sopporto, ok?”
Ino armeggiò con la cinghia del casco ed abbassò la visiera, per evitare di
incenerire con lo sguardo la puttana che aveva davanti.
“Potresti mettere da parte il rancore ed ascoltarmi per una volta?”
“No, non posso. Ed ora, per cortesia, levati di mezzo o ti metto sotto con il
motorino.”
Un taglio a destra, uno a sinistra, due nel cuore. Altri solchi varcati dal
sangue e dall’incomprensione.
E nel buio mi chiedevo: “Dove sei? Dove sono?” non c’era spazio per
camminare, o volare o qualsiasi altra cosa. Avrei voluto poterti tenere nel
palmo di una mano e controllare ogni qualvolta avessi deciso di fuggire, eppure
sei scivolata via. Forse hai fatto pure bene.
“Quella laggiù è Ino…?” Sakura, seduta al bancone, lanciò un’occhiata
ad una ragazza bionda che si infilava nel privé.
“Direi di sì.”rispose distrattamente Temari, mescolando con la cannuccia il
ghiaccio del suo drink.
“Cavoli, non dovremmo fare qualcosa?”
Era risaputo che ormai la Yamanaka non faceva altro dalla mattina alla sera,
snobbando gli amici e tornando distrutta.
“Lasciala perdere Sakura, hai già fatto abbastanza, lei non ti vuole più
nella sua vita.”
“Sì, ma è anche colpa mia se ora sta attaccata ad una bottiglia e sniffa
cocaina, per poi fare chissà cosa con uomini di vent’anni più grandi di
lei.”
“Ma smettila, un tradimento è un tradimento, nessuno ci muore, non a diciotto
anni! Ci si può rifare una vita e se non lo capisce, sono affari suoi.”
Così l’inverno torna di nuovo e si porta dietro qualcosa che non possiamo
uccidere. E’ lui che strappa la vita a metà, non dà modo di pentirsi o di
dire “Aspetta”.
Un cuore è scoppiato e noi con lui.
“Sakura!” Ino corse incontro alla ragazza, il viso sfatto e disperato.
La giovane medico la guardò interrogativa, erano ormai anni che non si
rivolgevano la parola e lei ora le si era gettata fra le braccia. Non piangeva,
ma era tanto pallida che pensò si sarebbe dissolta nell’aria.
“Mio padre… mio padre ha avuto un attacco cardiaco… ti prego… ti prego
va’ ad assistere all’operazione, voglio che qualcuno di cui mi fido gli sia
accanto.”
La Haruno aveva sgranato gli occhi, non sapeva ancora se per la vicenda o se per
quel “qualcuno di cui mi fido”, ma non aveva esitato ed era entrata nella
sala operatoria fregandosene di qualsiasi permesso.
Il sangue, il respiro, i muscoli, l’anima si sono fermati.
“E’ finita, ora del decesso…?”
“Due e cinquantasei.”
E noi li abbiamo guardati arrestarsi, come un giocattolo ormai rotto e senza
carica. Non partirà mai più.
Non lo troverai in cucina a preparare il caffé, non lo vedrai aprirsi in un
sorriso per il tuo viso sfatto, o arrabbiarsi per l’essere arrivata tardi. Non
si indignerà davanti al telegiornale e non ti vedrà divenire grande. Perderà
ogni attimo significativo della tua vita: l’abito da sposa che non volevi
indossare, il bambino che non desideravi mettere al mondo, l’uomo che non
volevi accanto.
“Ino…?” Sakura uscì dalla sala operatoria, lo sguardo basso, gli occhi
tremanti.
La bionda si era alzata dal pavimento, i piedi scalzi, le scarpe con il tacco
strette tra le mani.
“Hanno fatto il possibile.” Un sibilo che ebbe il potere di congelare tutto
il mondo della ragazza.
“Allora è vero…” mormorò la Yamanaka, sedendosi sulla poltroncina della
sala d’attesa.
Sakura alzò un sopracciglio, prima che l’altra continuasse:
“Anche i genitori muoiono.”
E tu, nonostante tutto, ti guarderai attorno e lo cercherai, lasciando vuoto
quello spazio che lui occuperà con la sua assenza. Ti saliranno le lacrime agli
occhi e si stringerà un nodo nel tuo stomaco, reso ancor più saldo dagli occhi
lucidi di tua madre. Non sarà mai saldo come l’amore che hai provato, tu per
lui e lui per te, eppure avrà lo stesso sapore amaro e doloroso. Addirittura lo
stesso che hanno il suono delle promesse che si sono infrante con il suo (tuo)
cuore.
Poi abbasserai il viso e ti dirai che devi essere forte, convinta che essere
adulti significhi anche questo, nonostante ti faccia sentire ancora peggio.
Asciugherai una – fottuta!- lacrima e bestemmierai a denti stretti, convinta
– a ragione?- che Dio sia solo un’invenzione mal riuscita. Arrancherai
affaticata, senza mostrarlo, sospinta su tacchi da donna, distrutta in ricordi
di bambina.
“Devo dirlo alla mamma.” Fu la prima frase che uscì dalle labbra di Ino,
dopo una mezz’ora di silenzio assoluto, mentre osservava senza interesse le
tubature che si arrampicavano sul soffitto.
E imporrai al tuo sguardo di vagare altrove, cercando di ignorare la tua
mente che ti riporta sui banchi di scuola, sul ginocchio sbucciato, sulla casa
delle bambole. Sul tuo papà e su tutto ciò che era per te: una mano calda, un
sorriso gentile, un corpo da abbracciare, un amore da vivere. Un amore che non
ha aspettative o promesse come quella del “durerà per sempre”, ma cui
aspiravi con tutta te stessa.
Quasi ad averla chiamata il cellulare della bionda iniziò a trillare gioioso,
rompendo il silenzio statico dell’ospedale, facendola sussultare. Sul display
il numero di casa, lampeggiava insistente.
“Mamma, siediti per favore…Papà…”
“Papà!” un grido di gioia.
“Papà!” un altro.
Un suono che ti smuoverà il cuore fino a farti gonfiare gli occhi.
“Papà…” la parola più semplice, eppure così difficile per una bimba che
muove i primi passi. Chissà se ricordi la felicità che lui aveva nei suoi
occhi, quando la sentì per la prima volta?
Sakura si levò il camice, piegandolo con riverenza , prima di appoggiarlo su
una poltrona. Si sedette accanto ad Ino, che con il trucco sciolto sulle guance,
non perdeva la sua bellezza. Rimasero lì, assorte nel silenzio, ad ascoltare le
voci delle infermiere e i mormorii dei macchinari.
E quando il suo ricordo sarà così insistente che non potrai fare a meno di
voltarti per dirgli di stare zitto, che ti fa male, che non è giusto…quando
sarai convinta di averlo lì dietro che ti aspetta, e non lo vedrai e le lacrime
saranno l’unica cosa che ancora ti resta…
“Se vuoi posso accompagnarti a casa.” Sussurrò il chirurgo, stupendosi di
quanto la sua stessa voce risuonasse insopportabile.
Ino voltò appena il viso, le labbra incrinate in un amaro sorriso, la testa
reclinata all’indietro, appoggiata al muro.
“Quando potrò muovermi, volentieri.” Scherzò.
E Sakura si sentì infinitamente vuota e inutile in quel momento. A cosa serviva
studiare tanto, capire come guarire un corpo, quando poi succedevano cose
simili? Ma ingoiò quella tristezza densa e si sforzò di essere solida.
“Sbrigati allora, non ho tutta la notte.”
…arriveremo noi.
“Ino!” Shikamaru sembrava terribilmente preoccupato, quando si presentò
nella sala. Choji, dietro di lui aveva il fiatone, Sasuke era mortalmente serio,
Naruto forse aveva pianto, Kiba indossava ancora il casco, Kurenai ed Asuma
erano abbigliati “da casa”.
La bionda rivolse uno sguardo ai suoi amici, cercando con le mani di cancellare
il nero del trucco sul suo viso.
“Oddio, non ero preparata per una festa a sorpresa.”
“Come stai?” si premurò di chiedere il ragazzo che Sakura aveva sempre
visto svogliato, mentre le prendeva una mano tra le sue.
“Mi vedi? Devo avere gli occhi così gonfi da sembrare una rana.”
“Scema. Sei sempre meravigliosa.”
Lei sorrise debolmente, osservando ognuno di loro con gratitudine che non
avrebbe mai esternato.
“Che cazzo ci fate qui?!” sbottò, ma l’unica cosa che riuscì a fare, fu
scoppiare in lacrime senza freni.
Non siamo il tuo papà, non siamo il suo ricordo, non siamo quello che è
stato, ma ti terremo forte.
Asuma si avvicinò alla ragazza, facendo segno agli altri di non dire nulla.
Dolcemente la fece alzare e la strinse fra le braccia, forte, come un padre.
Ino affondò il viso nella giacca calda dell’uomo e se ne fregò dei
singhiozzi che le spaccavano il cuore. Si lasciò andare, pensando
distrattamente a quanto fosse diverso l’odore di quell’uomo.
E potrai urlare, potrai arrabbiarti, potrai bestemmiare, che non ti lasceremo
andare. Ti rimetteremo sulla tua strada, ti faremo voltare verso il futuro, per
non perdere la via che ti ricondurrà a lui.
Quando salirono in macchina Ino cercò subito lo specchietto per vedere il suo
stato.
“Diamine…” bofonchiò, mentre Sakura si metteva la cintura di sicurezza.
La bionda guardò fuori dal finestrino le figure scure dei suoi amici che si
allontanavano nella notte, per recuperare i rispettivi mezzi e sorrise
inconsapevolmente.
“A dirti la verità Sakura, non ho proprio voglia di ritornare a casa.”
Sussurrò la bionda, voltandosi per guardare l’amica… ?
La giovane medico le sorrise debolmente.
“Ino, mi dispiace.”
“Succede.”
La Haruno non si stupì della forza d’animo che l’altra riusciva a
comunicare anche in quel momento.
“No, anche per…tutto il resto.”
La bionda chiuse gli occhi.
“Anche a me, ma… non pensiamoci più. Ormai è acqua passata, non credi?”
L’altra annuì, poi mise in moto e partì.
“Sakura?”
“Hm?”
“Grazie.”
E quando sarà il momento, lasceremo che la tua mano possa stringere di nuovo la
sua.
“Morirò! Me lo sento, morirò!” l’urlo incazzato della bionda si perse
per il corridoio dell’ospedale.
Girava in tondo ormai, per nulla convinta a voler salire sulla sedia a rotelle
che Shikamaru le aveva proposto.
Sakura accorse trafelata, vedendo l’amica in camice blu che si teneva la
schiena e urlava improperi a destra e manca.
“Tu!” ululò quando vide la figura della ragazza coi corti capelli rosa che
si avvicinava.
“Attenta, morde, ti giuro, è pericolosa…”avvisò il ragazzo dai capelli
castani raccolti in una coda.
Sakura sorrise di circostanza.
“Sto per morire! Qualcuno qui vuol fare qualcosa?!”
“Siediti, moribonda. Così vediamo di far nascere questo bambino!”
Ti accoglierà a braccia aperte ed avrà il sapore che aveva quando eri piccola,
di genuinità, di calore, di amore. Ti stringerà forte e mentre gli dirai che
ti dispiace, lui risponderà che ti vuole bene e non ha mai smesso e non si è
perso nulla: né l’abito da sposa che non volevi indossare, né il bimbo che
non volevi mettere al mondo, né l’uomo che non volevi sposare.
Ino, nel buio dell’ospedale si sporse a guardare attraverso il vetro una
bambina placidamente addormentata nella sua culla. Era così piccola, ma
l’aveva resa orgogliosa. Sorrise trionfante, senza curarsi del fatto che se
l’infermiera l’avesse vista, l’avrebbe di sicuro costretta a letto.
“Anche tu eri così, sai?”
La voce di Inoichi fece perdere un battito alla ragazza, che si voltò di
scatto.
Ma il corridoio dell’ospedale era solo vuoto.
“Papà…” mormorò tristemente, accorgendosi di quanto lo avrebbe voluto
accanto.
Sarà rimasto al tuo fianco anche se non credevi ai fantasmi, abbracciando
tutti i tuoi gesti, condividendoli, vivendoli attraverso le tue mani.”
L’ultima parola si perde nel vento. Le lacrime mi muoiono sulle labbra.
Gli occhi azzurri sulla tua foto non sorridono, riflettono semplicemente i miei,
colmi di amarezza. Per quanto ci si sia sforzati di capire, nessuno è mai
riuscito ad arrivare a sfiorare quel che provavi.
Eri ricomparsa con una pelliccia candida, gli occhiali da sole e sfilavi da diva
davanti a tutti noi, facendoci sentire insignificanti.
Mostravi la tua forza con orgoglio, reggendoti davvero su tacchi vertiginosi.
Chissà se poi la vertigine l’hai provata davvero quando sei salita su quella
sedia…?
Chissà se poi sarebbe servita, questa lettera che ora appoggio, assieme ai
fiori, sulla tua tomba?
Il senso stesso di essa mi sfugge, però sono sollevata.
Il mio sguardo legge il nome sulla lapide vicino alla tua.
Ora prova a dirmi che non sono vere, le mie parole!
“Sì, era proprio come lo ricordavo…” sembra sussurrarmi il vento.
Socchiudo gli occhi e ti volto le spalle.
Anche io vorrei credere ai
fantasmi.
-Owari-
Nota:
Se non fosse chiaro il modo di narrare la storia è un po’ insolito per me. In
ogni caso l’inizio è raccontato in terza persona ed è centrato. Poi il resto
è una lettera che sta leggendo Sakura, inframmezzata in spezzoni della vita
vissuta con Ino fino alla morte del padre ed è posto sulla destra. Mentre il
finale è dal punto di vista di Sakura che ha finito di leggere davanti alla
tomba dell’amica.
Ino si è impiccata, visto che potrebbe non capirsi messo con quel “Chissà se
poi la vertigine l’hai provata davvero quando sei salita su quella
sedia…?” ed il perché lo abbia fatto si intuisce da diversi punti. Una
persona che non ha mai esternato quello che provava davvero, rosicchiata
dall’interno e nessuno ha potuto fare qualcosa per lei, né Shikamaru, né il
loro bambino.
Chi si uccide non lo verrà certo a raccontare, lo farà e basta, probabilmente
senza che nessuno se lo aspetti.
Questa storia è stata scritta di getto, quando, poco tempo fa, è venuto a
mancare il padre di una mia amica all’improvviso. Spero non sia preso come
atto di presunzione, ma a lei voglio molto bene e così ne volevo anche a suo
padre. Questo lutto ci ha segnato nel profondo, perché non si può perdere il
proprio padre a 20 anni, non così. E’ una cosa atroce, è terribile, fa
venire voglia di tirare testate contro il muro. Quindi nulla, c’è un po’ di
vago nonsense in tutto questo, concedetemelo.
E che amarezza...tra pochi
giorni è anche la festa del papà...
Urdi un po' malinconica anche lei
Questa fanfic in ogni caso, si è classificata PRIMA al contest sul dramma indetto da Bacinaru ^_^ sono molto contenta, inutile dirlo, e colgo l'occasione per fare i complimenti anche alle altre partecipanti*O*
DarkRose86, Mart91, Saeko no danna e Uchiha Girl...mi raccomando leggete anche le loro storie :)