“Kakashi sensei…”
Aveva pianto sul tetto di quell’ospedale, perché il team 7 aveva iniziato a venarsi; un solco che presto sarebbe divenuto un’enorme crepa e lei sarebbe caduta nel vuoto.
“Sakura… - una voce profonda e familiare - Non ti preoccupare: tornerà tutto come ai vecchi tempi.”
Quell’uomo li avrebbe riacchiappati sempre e li avrebbe riportati in fila, lasciando che la crepa scomparisse.
Lei, ingenuamente, ne era sicura.
All’epoca aveva creduto a quel sorriso e le lacrime si erano asciugate…

SUTURE
Di Urd, sulla richiesta di Minouche 86


Prologo

Fissava le gocce di morfina da un po’. In realtà non si era resa conto di essersi imbambolata davanti alla flebo, i pensieri erano semplicemente divenuti tanto densi da inglobare tutto il resto.
C’erano piccoli rumori provenienti dall’esterno e dai macchinari, eppure in quella camera prevaleva il silenzio. 
Le sembrava strano quel posto: così luminoso, così pulito, così vuoto…contrastava con la polvere, i palazzi in rovina, il sangue e quel senso di angoscia perforante all’altezza dello stomaco, mentre cercava di non farsi ammazzare. Era come se quel canale fatto di agonia all’improvviso si fosse spento e lei fosse stata catapultata in quella stanza.
“Sas…agh…”
D’improvviso un gemito spezzò il momento di apatia e lei si voltò a guardare il ragazzo sofferente steso sul letto.
“Hitorijanai*, Naruto-kun…” mormorò, accarezzando la fronte del compagno addormentato e il viso di lui si rilassò leggermente, come se quella mano calda sulla sua pelle avesse cancellato un incubo terrificante. La jonin avrebbe voluto davvero che bastasse quel gesto a lenire il dolore, ma sapeva che era solo merito della morfina che stava facendo effetto.
Sakura, i capelli color fiore di ciliegio che le sfioravano le spalle e il camice da medico indosso, sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Li ignorava sempre, dicendosi che avrebbe pianto solo quando le cose sarebbero degenerate in un punto di non ritorno. La speranza c’era ancora, quindi non si sarebbe lasciata andare all’amarezza. 
Finché Naruto, nonostante le sue gravissime condizioni fisiche, era vivo, non c’era nulla di cui avrebbe dovuto lamentarsi.


La ragazza, alzò lo sguardo e strinse i pugni. In lontananza, proprio sopra al monte con i visi degli hokage, i due punti fermi della sua vita si stavano per scontrare.
Trattenne il fiato per un paio di minuti, cercando di non farsi sopraffare dal dolore diffuso per tutto il corpo. Sui graffi soffiava la polvere, bruciava, ma non li avrebbe sentiti: c’era qualcosa di più fastidioso e rumoroso… era forse il suo cuore? 
La sua anima? 
Le lacrime che premevano per essere liberate? 
O forse l’insieme di quelle tre cose?
Attorno a lei urla, indistinti contorni di case crollate, sbiadite macchie di sangue sulle pareti. Lo scenario era agghiacciante, fatto della desolazione solida che solo la guerra poteva creare.
Eppure lei non vedeva altro, se non Sasuke, la cappa nera a nuvole rosse che scivolava via, e Naruto che cambiava forma, prendendo fuoco di un vermiglio acceso.


“Sensei…” mormorò la ragazza avvertendo Kakashi, arrivarle vicino con un balzo.
“E’ pericoloso.” fece lui, attirandola a sé per portarla via, anche di peso se necessario.
“Sensei.” Ripeté la jonin, puntando le mani sul petto dell’uomo, senza distogliere lo sguardo da cinque code di volpe che si allungavano in lontananza nell’aria.
“Sensei, mi dica di non piangere.” Sussurrò atona. Sulla sua retina si stavano registrando immagini che non avrebbe dimenticato, eppure non riusciva a smettere di fissare la sesta coda che, sferzando l’aria, si era abbattuta sul volto del quarto hokage, sgretolandone la pietra e lasciando una cicatrice che non si sarebbe mai più rimarginata.
Kakashi osservò l’allieva, cercando di nuovo di dissuaderla:
“Sakura, andiamo via da qui!” 


Sakura uscì dalla stanza e si chiuse la porta alle spalle, tornando al fermento dell’ospedale. Le infermiere, anche improvvisate, correvano da una parte all’altra senza sosta. Odiava quel corridoio.

La guerra era cessata da poco ed ora i superstiti ne pagavano le conseguenze.

La giovane donna provava una strana sensazione: poteva percepire il dolore in ogni fibra del suo essere. 
Fece qualche passo, avvicinandosi alla finestra ed osservò giù: Konoha aveva ripreso a germogliare, lentamente, come un bosco a cui vengono appiccate le fiamme. Molti edifici erano stati ricostruiti con sorprendente rapidità. Eppure non era uguale il villaggio, anzi, era profondamente diverso. Lento e silenzioso, sembrava un viandante stanco ed infreddolito. Camminava storto il villaggio di Konoha, senza più le sue guide principali, senza più i suoi ninja migliori, senza più il suo hokage. E ci sarebbe voluto ancora del tempo, prima che potesse rimettersi davvero in piedi.
La jonin lasciò vagare i pensieri in quel vasto territorio ora così vuoto e ingoiò un grumo di angoscia, appuntando mentalmente chi ancora doveva visitare. Non aveva avuto molti momenti in cui stare da sola, o in silenzio e forse, da una parte, era stato meglio così. Impegnarsi per curare i feriti non le faceva pensare a chi aveva perso, le dava un senso di controllo della situazione, come se avesse potuto razionalizzare ciò che provava. Si era data uno scopo, dei limiti, degli obiettivi per non perdere la ragione, ma non poteva sapere fino a quando questo avrebbe funzionato.
/Vedi di darti una svegliata…/ le suggerì la vera se stessa. Sospirò e spostò il suo sguardo all’interno dell’ospedale.

“Sakura!” appena fuori la giovane si sentì chiamare. Ino le corse incontro, sul viso un’espressione che all’altra non piacque.
“Ino, cos…”
“Kurenai-sensei, la stiamo perdendo. Dobbiamo indurre il parto immediatamente.”
La prima allieva di Tsunade a quelle parole, sentì stringersi qualcosa, come una morsa.
Gli occhi chiari di Ino, riflettevano esattamente la sua stessa angoscia.









La settima coda si aggiunse alle altre ed un rumore assordante riscosse tutta la vallata, facendo tremare il terreno e le poche case di legno rimaste ancora in piedi.
La giovane si voltò allora verso il suo maestro e lo guardò con occhi colmi di amarezza.
“La prego… - ma il tono non fu di supplica, solo rassegnazione – mi dica di non preoccuparmi. Come…- la terra tremò ancora e Sakura chiuse gli occhi, convinta di intravedere riflessa nell’unica lacrima che aveva versato, un’ottava coda. – Come quando eravamo sul tetto dell’ospedale.”
L’uomo sentì una fitta al cuore e strinse la ragazza al suo petto, accarezzandole i capelli.
Sakura sembrava diventata particolarmente forte, aveva lottato per giorni, aveva sanato ferite profonde a jonin che neppure conosceva ed aveva cercato, più di tutti, di convincere Sasuke a rinsavire. Ma non era abbastanza. Ed ora, per il copia ninja, vedere i suoi tre allievi sul campo di battaglia, e soprattutto vedere lei in quello stato, lo fecero sentire inutile.
Avrebbe davvero voluto poterla rassicurare con una frase confortante, ma ormai non era più possibile.
“Non piangere.” Ordinò allora, sorridendo affettuosamente, ma non riuscì ad aggiungere altro, poiché l’amarezza prese subito possesso della sua espressione. 
A quel punto lei ricambiò con uno un po’ sghembo, di quelli malinconici, ed arretrò di qualche passo, grata al calore del suo maestro che la spronava ad andare avanti.
“Grazie, sensei.” Sussurrò infine, sistemando i guanti strappati in più punti.
“Sakura, andiamo.” Quasi la supplicò, lottando con l’istinto di riprenderla con le “cattive maniere”.
Ma sapeva bene che non sarebbe riuscito a fermarla.
“No. – la ragazza corrugò la fronte con determinazione e si voltò verso l’enorme demone volpe, che ora agitava le sue nove code dappertutto. – Devo fermarli.” Fece risoluta, balzando via.
Kakashi esitò solo un secondo, osservando la schiena di lei, fasciata in un camice strappato, allontanarsi verso gli altri due compagni di squadra. Il copia ninja ingoiò a vuoto, ma non perse altro tempo. Se c’era qualcuno che doveva fermarli, quello era senza dubbio lui…








Sakura uscì dalla sala operatoria qualche ora dopo, immergendosi nella luce accecante del corridoio. Rimase immobile, lo sguardo puntato sulle proprie scarpe candide. Poi lo passò sulle mani dai guanti sporchi di sangue ed ebbe voglia di piangere. Una voglia irrefrenabile come quella dei bambini, quando singhiozzano come se non avessero più fiato, abbracciati alla mamma smarrita e ritrovata. Eppure non c’era più nessuna figura che potesse proteggerla, abbracciarla in quel momento, farla sentire meno sola. Adesso era adulta e doveva sostenere il peso delle responsabilità con la propria esile, ma forte schiena. 
D’improvviso, con stizza, si sfilò i guanti sporchi e andò a gettarli in un cestino poco lontano, guardandoli con rabbia accartocciarsi fra i rifiuti.
“Dannazione!” urlava la vera se stessa, mentre la lei più falsa tirava un semplice sospiro, volgendo lo sguardo alla finestra.
Ino la raggiunse qualche minuto dopo, gli occhi scavati, il pallore del viso a renderla quasi surreale.
“La bambina dorme. E’ stata intubata e messa nell’incubatrice.” Sussurrò la bionda, appoggiando una mano sulla spalla dell’amica. Nonostante la disperazione, la bionda non smetteva di avere dalla sua una grande forza. Sakura le rispose con un sorriso tirato, non riuscendo ad aprirsi in uno più ‘vero’. 
“Quando finirà Ino-chan? Mi sembra di…di… - la voce di Sakura tremò un secondo, prima che riprendesse - ...impazzire. Ma la realtà è che sono troppo solida per farlo. Anzi, forse sarebbe più semplice perdere la ragione e non capire più quello che sta succedendo, vivere in un mondo creato dalla mia mente, nascondermi per sempre e non tornare più. Dimenticare cosa significa veder morire ogni giorno sempre più persone. E’ più dura quando si mantiene la lucidità, perché capisci e sai che non potrai fare altro che dover tirare dritto e vivere e…e soffrirne in silenzio.”
Ino, che esteticamente sembrava più adulta di Sakura nei suoi diciannove anni, assottigliò lo sguardo.
“La guerra ha devastato Konoha, ma noi ci siamo ancora Sakura-chan. Forse non siamo più quelle di un tempo, ragazzine spensierate i cui unici pensieri e problemi erano se… - ed Ino indugiò su quel nome, come se potesse ferirsi la lingua nel pronunciarlo – se Sasuke-kun avesse notato il nostro taglio di capelli, ma siamo sempre noi. E se siamo ancora qui, e se la guerra, nonostante ci abbia portato via tutto, non ci ha sconfitto, noi possiamo far rinascere il villaggio facendo del nostro meglio. Non so quando finirà, ma accadrà. Ogni ninja che ha cambiato le cose, dagli hokage, passando poi attraverso i nostri maestri, i nostri amici, i nostri genitori, credeva in questo. Per cui dobbiamo rendere questo pensiero nostro… no?”
La prima allieva di Tsunade annuì.
“Hai ragione.” Ammise, tornando a guardare le fronde degli alberi scosse dal vento di primavera. Avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma tacque. Quel discorso, forse un po’ insolito per la bionda, conteneva gli stessi motivi e le stesse idee che in fondo erano insite anche in lei.
“Come sta Naruto?” chiese allora Ino, con cautela, aprendo la finestra ed appoggiandosi con le braccia conserte al davanzale.
“Sta lottando, lo sai…è un osso duro.” Sakura si rese conto solo successivamente che forse lo stava dicendo solo a se stessa.
“Già. Lo è.”
La guerra aveva cambiato tutto. Non ricordava esattamente quando fosse cominciato (forse con la partenza di Sasuke? O forse prima ancora con il segno maledetto di Orochimaru? O con lo sterminio del clan Uchiha? O con la Volpe a nove code?), ricordava solo le macerie del villaggio, la polvere, il bruciore agli occhi e alla gola, le urla, strazianti, assordanti come solo l’orrore della morte vista in facciata poteva essere. Quelle grida spezzate, inframmezzate dai singhiozzi e dal dolore, che le scuotevano il cuore e le comprimevano lo stomaco. Le grida di chi ha perso tutto, di chi ha visto i suoi cari morire, di chi è rimasto senza un braccio o una gamba, di chi sta lasciando il mondo, immerso in una pozza di sangue. E poi due figure in lontananza, oltre la montagna con i volti degli hokage: Naruto e Sasuke, a fronteggiarsi in uno scontro sanguinoso. 
“Sakura. – Ino guardò fuori il cielo terso, gli occhi ricolmi di tristezza – Preghiamo per Kurenai-sensei, ti va?”
La jonin annuì, poi entrambe si immersero nella preghiera, sperando che davvero quella fosse l’ultima delle morti di quella guerra.




Continua…-





Eccomi qui con questa Kakashi Sakura (ovviamente non conventional come al solito!), richiesta da Minouche86 (l'idea che avevamo era simile, per cui ci siamo proprio trovate!) troppo tempo fa. Io spero che nel frattempo non sia passata ad altri fandom…O che la possa apprezzare! Scusami il ritardo ç_ç Accidenti. Comunque, la musa è tornata per ispirarmi, quindi ho deciso di postare nonostante tutte le fanfics in corso). Vorrei che fosse breve (per un massimo di 6 capitoli) ma so già che sarà più lunga. Accidentaccio! Io e gli schemini creati prima di scrivere non andiamo d’accordo. Non li rispetto mai! 
Prologo corto ed insignificante, ma aspettatevi di tutto…sarà peggio di Beautiful! Contenti? Come no!? ç_ç

Anyway, fatemi sapere cosa ne pensate ^_^!
Urdi
P.s. La fic non segue il manga, ma un ipotetico futuro. Ci saranno degli spoiler più avanti ù_ù ma mi discosterò dal manga, tranquilli

Glossarietto:
*Hitorijanai: Non sei solo :)