Sono passati anni.
Ché poi è stupido calcolare il tempo. Dare un nome stesso allo scorrere della
vita, andiamo, non ha senso. Cerchiamo sempre di razionalizzare tutto per averne
il controllo, per non sentirci perduti. Ma alla fine il mondo, la vita stessa,
hanno una dimensione troppo grande e pesante per qualsiasi persona.
Per qualsiasi ninja.
Così è arrivata anche per me la fine.
Il sibilo di un chiodo che fende l’aria, il sibilo di una signora che vuole
abbracciarmi per sempre e trascinarmi con lei in quel mondo che non ha regole,
dove perdere per sempre la ragione.
“Andiamo?” chiede mostrandomi un sorriso nell’unico occhio che mi è
rimasto. E di rimbalzo riesco a pensare solo che Obito è rimasto cieco
un’altra volta.
“Sì…” rispondo, senza calcolare il ricordo di un amico che perisce sotto
un masso.
E non ho tempo di focalizzare la mente su altro, che il mondo perde colore.
“Kakashi, sei tu?” una voce lontana, una voce lontana ma familiare e roca.
“Sì.”
E avanzo in questo spazio denso, senza sapere neppure dove sto mettendo i piedi.
Ma li ho ancora i piedi?
“Sì, sono io… papà.”
“Il pensiero di un padre sul punto di morire, non è teso a quello a cui va
incontro, ma si allunga verso la famiglia, la moglie, i figli. Sa di lasciare
tutto quello che ha costruito, sa di abbandonare ciò che aveva promesso di
proteggere e teme di recare loro il danno più grande.”
“Eppure s’è ammazzato lo stesso.”

LO SPAVENTAPASSERI
di Urdi
1. Ashura
Ashura alzò lo sguardo, cercando in lontananza la figura del marito. A causa
del sole, che bagnava di raggi freddi i campi coltivati, dovette portarsi una
mano alla fronte per permettersi di vedere meglio.
In fondo alla strada battuta che si spiegava verso i boschi che circondavano
Konoha, c’era un uomo: si muoveva lentamente, affaticato, verso la grande casa
che lo avrebbe accolto.
Ashura si aprì in un raro sorriso, sistemando le maniche del kimono e slegando
i lunghi capelli argentati, lasciandoli liberi sulle spalle. Si diresse quindi
giù, ai piedi della collina, camminando forse troppo velocemente.
Quando la donna entrò nel campo visivo dello shinobi, lui sorrise a sua volta,
lasciando che il bel viso si illuminasse di un amore sconfinato.
“Hisashiburi1.” Mormorò, fermandosi a pochi passi da lei.
Ashura si arrestò, rendendosi conto di aver fatto quella discesa di corsa solo
quando il suo respiro prese ad uscire irregolare.
“Okaeri2…” rispose in un soffio, scivolando con lo sguardo
sulle ferite che laceravano la pelle e la divisa del jonin.
Rimasero a fissarsi senza parole per qualche minuto, a studiarsi dopo mesi di
separazione. C’era stato qualcosa che avevano dimenticato? Erano cambiati?
Sakumo Hatake non poté fare a meno di pensare a quanto fosse bella la compagna,
quasi lo avesse dimenticato davvero, quasi fosse passato troppo tempo
dall’ultima volta che l’aveva vista. C’era quella pelle candida, gli occhi
a mandorla color ghiaccio e l’argento dei capelli di seta che si muovevano nel
vento leggero. E poi quella figura esile e forte, slanciata e fiera che era
Ashura; ricordava una tempesta di neve, distruttiva e calmante allo stesso
tempo.
Continuarono a fissarsi senza sapere cosa dire, anche se nelle loro menti il
pensiero era uno solo: “Finalmente.”
Ashura e Sakumo si amavano probabilmente da sempre: erano cresciuti insieme
all’interno del clan Hatake, relegato da Konoha perché non nobile, ma
troppo forte per essere ignorato. Non erano originari del villaggio, arrivavano
dalle fredde terre del Nord e non si erano mai del tutto integrati con il resto
degli abitanti.
I due giovani eredi erano cugini ed erano stati destinati sin da piccoli come
futuri sposi, per questo motivo non avevano potuto fare a meno di innamorarsi.
Erano l’emblema dello splendore del clan e tutti andavano fieri della loro
unione.
La loro dimora si trovava nell’area dei campi coltivati e in quanto ad
eleganza non aveva nulla da invidiare alla tenuta degli Uchiha o degli Hyuga.
“Ashura…” un sussurro roco si spense sulle labbra della donna.
Lei abbassò le palpebre, abbandonando il viso sul cuscino.
Lui le accarezzò piano un fianco e la baciò dolcemente, appoggiando la fronte
alla sua.
La donna allora aprì gli occhi, appoggiando i piedi al materasso, cercando di
non scoprirsi con il piumone.
Si scambiarono uno sguardo, ansanti, ma persi nel loro mondo caldo fra le
coltri.
“Ashura…” ripeté con dolcezza l’uomo, accarezzandole la fronte sudata,
per scostarle i capelli dal viso.
“Sì, Sakumo?”
“Nulla, volevo solo sentire che c’eri…che ci sei e sei qui con me.”
La guerra faceva spesso dimenticare quanto potevano essere belli quei momenti,
lasciando presagire che tutto il resto, quello che un tempo apparteneva alla
bellezza della vita, fosse solo frutto di un sogno. Quando Sakumo tornava,
cercava sempre di imprimere al meglio quell’immagine di purezza che aveva
sotto di sé, per potersene nutrire ogni volta che sentiva di non farcela.
Ashura abbozzò un sorriso e in uno slancio di affetto lo abbracciò stretto,
sfregando la fronte contro la sua spalla.
“Ehi…piano…” si lamentò lo shinobi, sentendo ogni ferita bruciare
dolorosamente. Sakumo adorava il fatto che la moglie fosse così solo con lui,
non avrebbe potuto sopportare di vederla affettuosa con nessun altro.
“Scusami… - la sentì mormorare, mentre lo stringeva - …stiamo un po’
così.”
“Va bene.”
Lui ricambiò l’abbraccio, cullandola lievemente, fino a riportarla con la
schiena sul materasso. Per quanto fosse bello stringere forte Ashura, sentire il
calore del suo corpo nudo e la stretta delle sue mani sulle spalle, la
stanchezza aveva iniziato a farsi sentire.
“Una buonanotte, finalmente.” sussurrò la donna, accoccolandosi al fianco
del compagno, mentre lui spegneva le candele. Entrambi sapevano che presto
sarebbe arrivato, lento e soffuso come la neve fuori, il sonno.
###
Quando, nel buio profondo e avvolgente della notte, Ashura si alzò e corse via,
Sakumo non poté fare a meno di svegliarsi di soprassalto. Quel sonno leggero
apparteneva alla dimensione dove aveva vissuto per gli ultimi due mesi: sempre
lei, la guerra.
Stancamente, l’uomo si portò seduto ed accese una candela, uscendo dalle
coltri.
“Ashura…” chiamò piano, sentendo trafficare nella stanza da bagno. Ma
l’unica risposta che ricevette fu un tossire convulso tipico di chi sta
rimettendo.
L’uomo, senza aspettare, spalancò il fusuma3 e la vide nella
penombra, pallida a tenere i capelli con una mano.
Le si portò immediatamente vicino e la aiutò, in modo che non si sporcasse.
“Grazie.” Sorrise lei, un’espressione piuttosto insolita per il suo viso
altero, forse più bello quando era arrabbiata. Certo, Ashura non mostrava mai
quello che provava, se non in rari momenti di intimità, ma l’uomo aveva
imparato a capire quando piccoli segni cambiavano la sua espressione. Non era
una persona che suscitasse particolare simpatia e non amava scherzare su nulla.
Viveva, come la immaginava Sakumo , perfettamente dritta su un filo invisibile.
Sembrava che non ci fosse davvero nulla che potesse turbare la solidità di quel
carattere.
“Padrone è tutto a posto?” chiese una domestica affacciandosi nella stanza.
L’uomo annuì, aiutando Ashura ad alzarsi in piedi.
“Sì, torna pure a dormire Yuka.”la donna allora accennò un inchino e si
congedò nel buio per tornare alle proprie stanze.
“Ti riaccompagno in camera.” Fece premuroso, sollevando la compagna senza
nessuna fatica. Lei nascose il viso sul collo del marito e, d’improvviso,
scoppiò a ridere.
Lui accigliato, pensò che fosse impazzita.
“Ashura? Ti senti bene…?” chiese, quasi contagiato da quel sorriso.
“Sì, certo, mai stata meglio.”
Il marito la adagiò sul futon4, pensando di sfuggita che in lei
qualcosa fosse cambiato davvero. Non era mai stata particolarmente estroversa.
“Sakumo, sono incinta.” Ammise limpidamente, guardandolo dritto nelle iridi
scure.
L’uomo dapprima spalancò gli occhi per lo stupore, poi aggrottò le
sopracciglia abbassando lo sguardo, quasi stesse cercando di capire quello che
gli era appena stato detto.
Ashura si tirò il piumone sulle gambe, mantenendo un sorriso calmo.
“Perché me lo dici adesso?” riuscì semplicemente a chiedere lo shinobi,
tornando a guardarla e prendendole le mani nelle sue.
“In realtà non avrei voluto dirtelo sino a domani, ma ormai è inutile negare
e poi…”
Sakumo abbozzò un sorriso, abbracciandola, senza che lei rispondesse a quel
contatto. Lui sapeva cosa significavano quelle mezze frasi: Ashura voleva
condividere con lui quel momento di felicità, ma non lo avrebbe mai ammesso a
parole.
Un bambino, una benedizione del cielo avrebbero detto all’interno del
loro clan.
Un bambino… che strana sensazione. Sakumo sentì qualcosa dentro come se si
fosse spaccato a metà, vicino al cuore…o allo stomaco?
Ashura mosse piano le braccia e strinse a sua volta il marito affondando il viso
nel suo petto.
“Avresti dovuto dirmelo prima.” La sgridò bonariamente, accarezzandole i
capelli, mentre cercava di ignorare quella sorta di forellino che sembrava
volersi ingoiare il suo essere. Non capiva da dove arrivava quel dolore sottile,
quella sensazione di gioia e terrore che si mischiava davvero fino a formare un
buco. Sapeva solo che era dentro, nel profondo e non aveva ancora una vera
forma.
“Secondo Yakushi-san il sesso non è pericoloso.”lo rassicurò, intuendo le
preoccupazioni dell’uomo.
Sakumo si staccò da lei, osservandola meglio: adesso si spiegava quella strana
sensazione di cambiamento.
“Non c’era bisogno di farlo, avresti dovuto dirmelo lo stesso.”
“Non ci vedevamo da tanto… mi era mancato stare così con te. E se ti
avessi detto che ero incinta ti saresti fatto degli scrupoli.”
L’uomo sorrise, accarezzandole una guancia candida. Anche se Ashura cercava di
mantenersi distaccata, a volte tirava fuori quel lato di sé un po’ infantile
e dipendente da lui che lo riempiva di tenerezza.
Scivolarono entrambi nuovamente nel futon, illuminati dalla luce tremolante
della candela rimasta accesa.
Sotto alla coperta Ashura cercò lo sguardo di Sakumo.
“Sei contento?” chiese limpida, così bella da essere irresistibile.
Lo shinobi le si avvicinò abbracciandola, prima di farla scivolare sotto di sé.
“Sì.” Rispose semplicemente, baciandola lievemente sulle labbra calde.
“Soprattutto per il fatto che il sesso non è pericoloso?” chiese quasi
seria.
Lui rise.
##
Nei giorni successivi Sakumo si trovò spesso a pensare alla nascita di suo
figlio. Benché mantenesse il suo carattere piuttosto distaccato, non poteva
fare altro che ritornare sulle parole di Ashura, sul suo corpo che iniziava a
cambiare e sulla loro stessa vita che non sarebbe più stata la stessa.
Ordinò dell’altro sakè ormai completamente perso nel suo mondo per
sviscerare dove stesse il problema. Perché c’era, evidentemente, qualcosa che
lo infastidiva. Sembrava una spina sottile e nonostante cercasse di ignorarla,
dicendosi che era solo timore, la trovava sempre lì a pungere, affondando nel
suo cervello.
Sakumo, che come Ashura era abituato ad avere sempre tutto sotto controllo, si
sentiva in qualche modo impreparato alla cosa. Certo, sapeva che sarebbe
accaduto, ma non così in fretta! Aveva bisogno di farsi un’idea, di
ragionarci, di parlarne con la moglie… eppure non avevano potuto programmarlo.
Era stata un’evoluzione naturale, come quando, poco dopo il loro matrimonio si
erano ritrovati a fare l’amore con foga, felici di potersi dimostrare quel
sentimento che per esigenza aveva dovuto aspettare l’unione ufficiale.
Ashura era piuttosto insofferente alle tradizioni della famiglia, ma non aveva
mai opposto resistenza, neppure quando il capo clan, suo padre, volle vedere il
materasso macchiato con il sangue della sua verginità.
Sakumo l’aveva vista abbassare lo sguardo, non colpevole o umiliata, ma
furiosa. Per lei tutto quello che li riguardava era e doveva rimanere
all’interno della loro stanza. Per questo, anche se capitava di trovarsi
ubriaco a chiacchierare con gli amici, non parlava mai di lei o di quello che
condividevano.
“Ma è una donna focosa?” aveva azzardato una volta Shuei, un kohai dai
capelli come la seta lunghi e neri.
Sakumo si era limitato a guardarlo male e da allora, per timore – o rispetto?
– nessuno aveva più osato scherzare sull’argomento.
Quella sera Shuei si sedette accanto a Sakumo, afferrando un bicchierino con del
liquore di riso e portandolo alle labbra.
“Sakumo-senpai siete tornato!” constatò il moro in un sorriso.
L’uomo lo guardò e ricambiò il saluto.
“Sì, è stata una missione piuttosto lunga.”
“Oh, ma tutti a Konoha non fanno che parlare della sua abilità e del suo
successo.”
Sakumo buttò giù un altro sorso e scrollò le spalle.
“E’ bene che io mantenga fede al mio credo.”
E con quelle parole Shuei intuì cosa volesse dire il suo senpai: gli Hatake
erano da sempre visti con una certa diffidenza, ma negli ultimi tempi al
villaggio avevano iniziato a nutrire una profonda stima proprio per l’erede
del clan, grazie alla sua fama e ai suoi successi.
“Ehi, si fa baldoria senza avvisare?” un uomo dai capelli castani e gli
occhi scuri, un accenno di barba sul mento e un fisico piuttosto imponente si
avvicinò ai due amici.
“Taka, non avvicinarti così, mi hai spaventato…” scherzò Sakumo,
ordinando da bere anche per il nuovo arrivato.
“Ahah… Ti intimorisco?! Fantastico, non credevo che la Zanna Bianca della
Foglia avesse paura di qualcosa.”
“Vi piace tanto chiamarmi così?” chiese alzando un sopracciglio esasperato.
Taka si appoggiò al bancone e il discorso passò a cose più serie, alla morte
di qualche amico, alle missioni portate a termine, che tuttavia lasciavano il
vuoto dentro. La conversazione si portò su toni sempre più cupi, fin quando
l’alcol era ormai divenuto l’unica cosa che sembrava non farli disperare. O
era il contrario?
C’era una gran confusione nelle teste dei tre ninja e nessuno pareva avere più
voglia di parlarne.
Fu Shuei a rendersi conto dell’espressione grave che aveva Sakumo. L’Hatake
fissava da un po’ il liquore nel suo bicchierino, perso in chissà quali
pensieri e il suo Kohai lo trovò terribilmente strano.
“Senpai…”
Ma prima che finisse la frase Sakumo lo precedette:
“Dovrei essere orgoglioso della missione. – iniziò, mentre Taka si voltava
a guardarlo – E in effetti lo sono, è gratificante vedere quanto io sia
ammirato. E non riesco più a nascondere il fatto che lo faccio per me stesso,
per il potere e per la gloria. Sì, per il clan e il villaggio, ma per primo lo
faccio perché cerco di vedere dove riesco ad arrivare, dov’è il mio limite.
L’adrenalina di quel secondo in cui ti salvi, il secondo in cui puoi o vivere
o morire. E l’attimo subito dopo, quando hai gli abiti sporchi di sangue e
gioisci perché non è il tuo. Dovrebbe disgustarmi, farmi pensare che ho ucciso
un uomo, eppure penso solo che ce l’ho fatta e che ho vinto io. Che tornerò
al villaggio sentendomi elogiare come la Zanna Bianca della Foglia,
sentendomi invincibile. Riabbraccerò Ashura, che mi viene incontro felice di
rivedermi, con quel sorriso che rivolge solo a me … E mentre un’altra donna
piangerà la sua perdita, io mi inebrierò del profumo di mia moglie, pensando
che del resto non me ne importa proprio niente.”
Taka e Shuei fissarono l’amico senza sapere cosa ribattere. Sakumo si lanciava
raramente in certe confessioni e quando lo faceva loro non sapevano mai cosa
dire. Che era da biasimare? Che era un egoista? Che era meschino? Che la
pensavano allo stesso modo?
Shuei aveva un’altra visione del mondo, lui aveva una grande paura della
guerra ed ogni volta che si trovava a dover uccidere qualcuno non poteva fare a
meno di sognarsi quel viso ogni notte.
Taka si limitava a non pensarci, seppellendo il senso di colpa con il dovere.
Invece Sakumo stava dicendo loro che lo faceva per sé stesso e che non gli
importava di ammazzare qualcuno, anzi: gli piaceva, gli dava un senso di potere
e assuefazione.
“Per questo motivo non riesco ad essere pienamente soddisfatto, perché quando
sono in me e ci penso razionalmente, mi dico che è assurdo pensare che sia
bello uccidere qualcuno. Che è da esaltati… e mi ritrovo ad avere paura di me
stesso.”
“Questa sera mi sa che hai esagerato particolarmente con il sakè…” se ne
uscì Taka, cercando di sdrammatizzare e levando la bottiglietta di liquore
dalla mano dell’amico.
L’altro alzò lo sguardo spento, lo sguardo di un uomo appena ventenne, che
sembrava aver vissuto il doppio dei suoi anni. E Taka, che stava per raggiungere
i trentatre, si sentì strano, come se guardasse davvero un ragazzino sperduto.
“Io e Ashura avremo un figlio.” Soffiò allora Sakumo, condensando in quella
frase il motivo di tutti quei pensieri confusi.
Era stato inevitabile. Il pensiero di avere un bambino lo aveva fatto
concentrare sul suo modo di vivere, sul cambiamento e sui timori che aveva su sé
stesso. Non aveva potuto fare a meno di analizzarsi e mettersi in discussione.
Taka e Shuei rimasero nuovamente senza parole.
“Non so…dovremmo fare le nostre congratulazioni…?” chiese cauto il più
giovane, non sapendo come dover reagire.
Sakumo si strinse nelle spalle e appoggiò i gomiti al bancone.
“Suppongo di sì.” Bofonchiò accigliato.
All’improvviso entrambi gli shinobi scoppiarono in una fragorosa risata e Taka
tirò una pacca sulla schiena al suo superiore, tanto da farlo quasi gemere di
dolore.
“E bravo Sakumo!” commentò, così gioioso che l’altro non riuscì a
trattenere un sorriso, dimenticando per un attimo le sue elucubrazioni.
“Già! Ottimo lavoro senpai!” Shuei versò dell’altro liquore.
“Ehi…macché lavoro!” protestò il futuro papà indignato.
“Oh su, ha capito! Dopotutto non è passato molto dal suo matrimonio…”
Taka passò un braccio attorno alle spalle del compagno.
“E’ per questo che hai iniziato a tormentarti? Guarda che capita a tutti
prima o poi…”
“Speriamo poi…” mormorò Shuei, che all’idea di un bambino si sentiva
male.
“Da quanto lo sai?” continuò il più grande, ignorando il commento del più
giovane.
“Da tre giorni.” Sakumo, non spiegandosi tutto quell’entusiasmo, rispose
meccanicamente.
“Oh, vedi?! Hai bisogno di metabolizzare la cosa, non farti prendere
dall’ansia. E bevi un po’ di sakè!”
“Ma non hai appena detto che ho bevuto troppo…?”
“Sì, ma non sapevo che avessi appena appreso che sarai papà! Tieni…ti sono
concessi altri tre bicchieri, minimo.”
L’Hatake davanti a quell’assurda situazione non poté fare a meno di
rilassarsi e ridere, in fondo era vero: si era lasciato prendere dall’angoscia
senza pensare a quanto in realtà fosse bella quella notizia.
Un bambino, un piccolo essere umano candido come un foglio di carta immacolata
su cui poter scrivere qualsiasi cosa. Sakumo riusciva ad immaginarlo che
iniziava a muovere i primi passi, che imparava quello che lui gli avrebbe
insegnato. E in quell’istante in cui vide l’immagine di quella vita,
dell’amore suo e di Ashura che prendeva forma e si muoveva fra di loro… in
quel momento dimenticò le domande che riguardavano il “ne sarò in grado”?.
Era qualcosa di così vasto e forte, che se si fosse fermato, se Taka e Shuei
non ci fossero stati, si sarebbe lasciato andare ad un pianto di disperata
gioia.
##
Ashura, le braccia conserte osservava i campi inondati dal sole estivo. I
contadini lavoravano senza sosta, godendo ogni tanto della brezza che arrivava
dalle montagne.
La donna se ne stava lì in piedi, rimirando il paesaggio, l’espressione
seria, quasi concentrata.
“Che cosa fai qui in piedi?” le chiese all’improvviso Sakumo, uscito sulla
soglia della tenuta.
Lei non si voltò a guardarlo, rimase immobile come se avesse potuto cogliere un
messaggio rimanendo in ascolto del vento.
“Ashura, è meglio se rientri e ti riposi, lo ha detto anche Yakushi-san. E le
domestiche non fanno che assillarmi.”
“Sto bene, tranquillo.” Rispose.
Lui abbozzò un sorriso avvicinandosi alla moglie e passandole le braccia
attorno alla vita per stringerla a sé.
“Oh, io lo so. – e scese a baciarle la testa – So che sei forte. So che
eri una ninja e che non temi nulla. Ma i tuoi continui rifiuti di rimanere a
letto dopo quello che ha detto il medico stanno facendo preoccupare tuo padre e
se tuo padre è preoccupato, tutto il clan lo è.”
Lui stesso odiava quel tipo di discorso, quindi non si aspettava che Ashura
iniziasse a comportarsi diversamente, in cuor suo sperava semplicemente che non
cercasse di ribellarsi proprio ora.
Era preoccupato per lei: qualche giorno prima la donna aveva accusato un malore
svenendo e lanciando nel panico tutta la famiglia e Sakumo si era sentito
colpevole, perché non era presente a causa di una missione. Quando era tornato
alla tenuta degli Hatake e aveva trovato sua moglie a letto accudita dal padre e
da alcuni ninja medici, era quasi impazzito per l’ira.
Gelosia? Possessione? Sakumo ancora non riusciva a comprendere che cosa lo
facesse star male a vedere che qualcun altro poteva prendersi cura della propria
compagna.
L’uomo scacciò quei pensieri che gli perforavano la testa come un chiodo ed
accarezzò il ventre gonfio della donna con riverenza e devozione. Sentiva
chiaro il desiderio di incontrare quella vita che lui e la donna che amava
avevano creato. Come se fosse qualcosa che mancava per rendere tutto perfetto.
“Vorrei chiamarlo Kakashi.” Se ne uscì ad un tratto Ashura, portando la
propria mano su quella del marito.
“Kakashi?” chiese, in realtà più che sorpreso, incuriosito.
“Sì… protegge i campi coltivati e fa sì che il raccolto non vada perduto.
Mi piace Hatake Kakashi…”
L’uomo sorrise, inspirando il profumo di mandorla dei capelli di lei.
“Va bene. In effetti piace anche a me. - Constatò dopo averci pensato un
po’ su. – ma sarebbe un po’ insolito se si trattasse di una femmina.”
Ashura si voltò staccandosi da quell’abbraccio per guardare Sakumo negli
occhi.
“Ormai lo so già. E’ dentro di me e… lo so. Sakumo, è un maschio… - la
donna abbassò lo sguardo e se lui non l’avesse conosciuta avrebbe quasi detto
che sembrava imbarazzata - … Non voglio che si sappia proprio perché
detesterei le parole di mio padre sul fatto che avremo un erede per il clan.
Anche se fosse stata una femmina, sarebbe stata nostra figlia e l’avremmo
amata allo stesso modo. L’idea di sapere che gioiranno per il suo sesso mi
infastidisce proprio, per cui rimarranno con il dubbio, dopotutto sono affari
nostri.”
L’uomo sorrise ed annuì, non osava contraddirla quando la vedeva così
determinata. La fissò negli occhi chiari e si immaginò la loro vita tra
qualche mese. Sakumo sperava con tutto sé stesso che la guerra non scoppiasse
proprio in quegli ultimi due mesi che lo separavano dal conoscere… Kakashi…
sì, era un nome bizzarro, ma un bel nome, quello di suo figlio.
“Dai vieni dentro.” L’uomo prese per mano la moglie e lei alzò lo sguardo
al cielo, senza tuttavia opporre resistenza.
Sakumo sorrise: internamente persino lui aveva gioito nel sapere che sarebbe
stato un maschio, ma non lo avrebbe mai detto ad Ashura.
##
Nella stanza c’era silenzio. Un silenzio che, dopo il pianto insistente del
nuovo nato, aveva ripreso la sua solidità.
Immaginarlo per tutto quel tempo, aveva messo addosso a Sakumo una grande
aspettativa. L’ansia che aveva provato alla notizia data da Ashura si era
piano piano affievolita, ma non era mai scomparsa. Ogni tanto riaffiorava nella
notte, con i dubbi e le preoccupazioni.
Ma ogni volta che sentiva quel nodo allo stomaco stringersi, accarezzava il
ventre della donna addormentata e si sentiva meglio. Rassicurato dal fatto di
non essere solo.
Sarebbero diventati una famiglia.
Ed ora che si trovava a contemplare i suoi stessi occhi, neri e profondi, si
sentiva incredibilmente sereno. Si sentiva davvero la Zanna bianca della
Foglia, invincibile…
Con quei pensieri il jonin stava seduto sul futon, dove Ashura dormiva
profondamente.
Kakashi, un piccolo fagotto di appena qualche ora, sembrava così fragile e allo
stesso tempo così forte, proprio come sua madre. Sakumo ebbe l’impressione
che quegli occhi avessero il potere di ipnotizzarlo. Ogni particolare di quel
bambino gli sembrava così perfetto, l’unica cosa per cui valesse la pena
vivere.
Suo figlio.
Gli accarezzò una guancia liscia con estrema delicatezza osservando quanto la
sua mano fosse grande rispetto a quella testolina. Non era come si era disegnato
nei suoi pensieri, aveva la consistenza di un amore e di una felicità non
descrivibili. Ogni piccolo respiro sembrava avere il potere di smuovere il suo
cuore ed ogni movimento lo lasciava sorpreso ed incuriosito.
Sakumo era diventato padre.
Si sentiva squarciato dentro da qualcosa di immenso.
“Ciao…” soffiò, mentre il bambino spostava lo sguardo sulla mano che lo
sfiorava.
Si stavano studiando a vicenda per capirsi, quasi stessero chiedendo
all’altro:
“E tu chi sei? Da dove arrivi? E come mai sento di conoscerti da sempre?”
Era qualcosa di indescrivibile, lontano e vicino come l’avanzare delle onde.
In alcuni momenti era così forte che sembrava di esplodere.
Il mondo di Sakumo sembrava essersi capovolto.
E tutto per quella piccola vita che ora cullava tra le braccia e che pareva
avesse tutta l’intenzione di addormentarcisi.
L’uomo osservò le palpebre del bimbo calare lentamente su quelle mandorle
scure, ornando il visino di ciglia lunghe e sottili.
Lo shinobi adagiò lentamente il figlio sul futon accanto alla madre e rimase ad
ascoltare quei due respiri che si perdevano soffici fino ai fusuma decorati.
In una muta preghiera, sperò che quel momento di serenità potesse durare non
per sempre, ma il più a lungo possibile.
Continua…-
Note dell’autrice
sul testo:
1 Hisashiburi (si legge con la i accentata): espressione che i giapponesi
usano quando non si vedono per tanto tempo. Sarebbe più o meno come “Ma
quanto tempo!”, ma in realtà non credo sia traducibile.
2 Okaeri (si legge con la i accentata): “Bentornato”
3 Fusuma: sono i pannelli scorrevoli interni delle abitazioni
tradizionali giapponesi
4 Futon: il letto tradizionale giapponese composto da un materasso che
viene srotolato sul pavimento *O*
Angolino dell'autrice:
Bene! Accidenti… Primo capitolo della fanfic che ho letteralmente
partorito per il contest GenitoriFigli indetto da v@le e Kureani88.
Mi sono classificata 2^ e sono davvero contentissima, perché ho
messo tanto in questa storia (forse in questo primo capitolo non si nota,
ma nei prossimi di sicuro c’è di più…). Considerando poi il tema, di nuovo
la paternità che ho trattato anche in Vertigini, e il periodo in cui mi trovo a
descriverla… non lo so… mi sembra tutto strano. Vorrei sapervi spiegare la
sensazione, ma non riesco a trovare le parole (buffo eh?). In ogni caso, spero
che vi arrivi un pochino della tenerezza, della passione e dell’amore che ho
messo in questa storia e nei suoi personaggi.
Ci tengo, come al solito, a congratularmi con la vincitrice: Hotaru!
E le altre partecipanti SonSara e Sasori No Danna!
E ringrazio le giudici *inchino* che hanno valutato la mia storia e mi
hanno concesso il massimo della proroga (scusate invece me per il ritardo ._.)
Ecco la valutazione che mi hanno dato:
^ 2 Classificato - Lo Spaventapasseri di Urdi ^
Originalità 9 su 10: Molto originale e ben interpretata** Mi ha tenuta
incollata al pc per tutti e tre i capitoli** Complimenti!
Interpretazione dell’Immagine 9 su 10: Non c’è che dire ù.ù
interpretazione ottima!
Trattazione e IC dei Genitori e Figli 13.5 su 15: Mi è veramente
piaciuto il personaggio di Ashura se devo essere sincera ed ho gradito anche
come hai parlato dei Kakashi e di Sakumo. Sentivo i loro sentimenti e le
descrizioni mi sono parse vive**
Giudizio Personale del Giudice 5 su 5: Voto pieno! Ho adorato questa fic!
Totale 36.5 su 40