IDOLATRIA MENTALE
Di Urdi

parte 5^

Avrei dovuto sapere che le cose non rimangono immutate, esse si evolvono e cambiano aiutate proprio dallo scorrere del tempo.

Quel martedì, assieme all’Haruno, venne un’altra ragazza di nome Ino Yamanaka: aveva lunghi capelli biondi tenuti in una coda alta, un fisico assolutamente perfetto e gli occhi color del cielo. Non che Sakura fosse brutta, anzi, lei aveva dalla sua parte un fascino fin troppo raffinato per dei criminali; ma Ino rispondeva perfettamente al canone di ragazza che chiunque lì dentro avrebbe voluto farsi.

Hidan aveva sogghignato in un angolo, iniziando un mantra che non avevo mai sentito prima.

«L’hai vista? »

«Tsk, chi non l’ha vista qui dentro, secondo te?»

Lui ignorò il mio commento stizzito, aguzzando la vista sulla ragazza, con quello sguardo tanto potente che sembrava avesse il potere di sfiorarti.

«E’ perfetta. » Mormorò rapito, ed io concordai mentalmente. Era proporzionata, ed il suo aspetto, per quanto tremendamente sensuale, non era volgare.

«Jashin… strapperei quel camice che indossa per godere della vista della sua pelle. »

«Secondo me se lo lascerebbe fare volentieri. »

«Hm…anche secondo me, chissà che puttana dev’essere. Guarda le sue labbra, sono fatte apposta per succhiare…»

Certi commenti erano all’ordine del giorno, senza contare che la prigione ti rende schiavo dei tuoi istinti.

Hidan soffriva moltissimo per la sua repressione sessuale, ma non avrei mai pensato che sarebbe arrivato a stuprare l’assistente.

Eppure successe quello stesso giorno: stavo ultimando la scultura di un falco, quando vidi il mio compagno di cella fare il cascamorto con la bionda. Stavano in un angolo, e lui le sussurrava viscido all’orecchio. La scena in sé mi diede parecchio fastidio, ma lasciai correre. Se quella cretina non si accorgeva della cosa, tanto peggio per lei e per il suo fare da troia.

“Cerca almeno di non farti beccare a fare il coglione!” pensai quasi di riflesso, riferendomi ovviamente ad Hidan ed alla poca stima che avevo di lui.

Ritornai a lavorare sugli artigli affilati che affondavano in un coniglietto morto, e mi immersi nei miei pensieri.

Mi accorsi solo dopo aver terminato, una mezz’ora dopo, dell’assenza di Hidan e della ragazza. Non che me ne importasse, ma mi risaltò immediatamente all’occhio, chiaro come se nella stanza non ci fosse più aria.

Niente discorsi inutilmente volgari? Andiamo, non ci ero abituato!

Terminato il mio lavoro comunque, mi recai nella stanzetta dei lavandini per darmi una pulita: la plastilina mi si infilava sempre dappertutto e dovevo passare un buon quarto d’ora a toglierla dalle mani.

Stavo per aprire il rubinetto, quando mi giunsero alle orecchie dei rumori. Mi voltai di scatto, alla ricerca della fonte, ma non vidi nulla. Socchiusi allora gli occhi, come a concentrarmi e mi spostai per guardare oltre una scaffalatura piena di orribili vasi.

Lì dietro notai dei movimenti, così, quasi inconsciamente mi avvicinai. Il respiro mi si mozzò, quando vidi quel che stava accadendo: Ino era riversa su dei sacchi di gesso, con il viso schiacciato da una parte; i suoi singhiozzi erano soffocati dalla polvere, che non la faceva respirare adeguatamente. Hidan invece era in piedi, le teneva le gambe divaricate e la violava con ferocia.

Dentro di me sentii una strana sensazione. Ero abituato ad assistere alla violenza, ma in quel momento mi parve di essere stato tradito.

Il mio fottuto compagno di cella non capiva cosa significava quel gesto? Non era riuscito a controllare se stesso? Aveva dato la priorità a soddisfare il suo bisogno, piuttosto che sviluppare la sua sensibilità artistica?

Avrebbero levato a tutti noi la possibilità di accedere alla sala ricreativa. Non avrei più potuto creare, sarei tornato ad essere schiacciato dal peso della prigionia. Per sempre. Io che nell’eternità non credevo.

 

E così tutto precipitò, affondando nel mare d’irrazionalità del mio odio per il prossimo.

 

Senza neppure accorgermene mi avventai su di lui, e lo staccai da quel corpo. Lo scaraventai a terra con una forza che non credevo neppure di possedere e gli saltai addosso, prendendolo a pugni e a calci, mentre Ino si alzava e correva via disperata.

Non mi accorsi di altro, se non degli zigomi che si spaccavano sotto i colpi delle mie nocche, delle mani di Hidan che mi artigliavano le braccia e del’odio che mi esplodeva nel cuore.

«Cosa hai fatto?!» urlai, preda di un raptus maligno. Avevo davvero pensato che lui fosse stato l’unico a capire e invece…invece era un essere umano comune anche lui, era preda degli istinti e non aveva rispetto per me.

In quel periodo che avevamo condiviso insieme, più nel male che nel bene, avevo dato fiducia completa per la prima volta a qualcuno. E lui ci aveva sputato sopra, l’aveva calpestata ed appena aveva potuto, l’aveva violentata come aveva fatto con quella ragazza.

Scesi con le mani a stringere il collo candido, e lo guardai negli occhi socchiusi, quasi…liquidi? Era forse pentito? Fu un pensiero che attraversò la mia mente solo un istante; io continuai a stringere. Lo avrei ucciso, lo avrei ucciso per dimostrare che era un uomo come gli altri.

A poco a poco le sue dita sulle mie braccia persero forza e scivolarono giù, pesanti. La sua bocca si aprì in un ultimo spasmo ed i suoi occhi si spalancarono fissi, osservandomi privi di anima. I suoi muscoli sembravano tremare ancora impercettibilmente, come se avesse preso una scossa elettrica, eppure quelli sarebbero stati i suoi ultimi impulsi vitali.

La mia presa si allentò quando lo vidi ormai senza sensi sul pavimento bianco di polvere di gesso.

 

“Sei morto.” Sibilai con disprezzo, immensamente amareggiato, come se in quel momento mi avesse fatto il torto più grande della mia vita.

 

“Sei morto.” Ripetei, osservando il viso pallido congelato in un’espressione sofferente.

 

“Sei morto.” Continuai, accarezzandogli una guancia ancora calda.

 

“Sei morto.” E credo che, se non avessi smesso da bambino, avrei persino pianto per l’amarezza che provai in quel momento.

 

Avrei continuato a ripeterlo fino all’infinito, per quell’eternità in cui non credevo. Ma ho smesso appena mi hanno fatto salire i gradini del patibolo.

 

 

Ho fatto uno strano sogno, Hidan.

Sai, eravamo riusciti ad evadere e arrancavamo stanchi su una spiaggia finissima. Si estendeva in lontananza, unendosi all’orizzonte come una lama lucente. Era composta di sabbia tanto fine da sembrare cipria. La brezza era fresca e sollevava di poco i granelli, trasformandoli in polvere soffusa. Una polvere dove amavo sciogliere la mente e dimenticare il resto. La modellavo con il pensiero in animali giganteschi, che volavano via liberi…

Di norma, avrei preferito essere solo, gonfiarmi improvvisamente pieno di vuoto, ed esplodere in mille brandelli che avrebbero oscurato il sole. Ma quella volta ero in compagnia di una spina nel fianco, che petulante continuava a pungere e bruciare.  Eri tu quella spina, rompi cazzo anche nei sogni! Tuttavia ero felice di non essere solo.

Era come se sapessi che nonostante tutto qualcuno mi avrebbe sempre compreso, come se avessi potuto ricostruire un mondo perfetto con le mie idee e la mia arte (la mia religione?).

E lì Hidan, mi sorridevi. Non era il ghigno strafottente che hai sempre dipinto sul viso, ma un sorriso rilassato di chi è complice di qualcosa di bello. E questo, stranamente, considerata la nostra convivenza sofferta, mi dava sicurezza.

Avanzavi pregando accanto a me, raccogliendo di tanto in tanto piccoli scorpioni che si facevano tana nelle  dune

«Deidara, dove siamo diretti?

«Proprio qui. rispondevo allargando le braccia. – devi esserci solo tu però, perché solo tu sai cosa vuol dire e visto che sei immortale dovrai raccontarlo al nuovo mondo che avremo creato.

 

 

Il boia mi passa il cappio intorno al collo. Io socchiudo gli occhi e visualizzo la mia immagine.

 

“Ho sempre avuto l’idea di essere fatto di sabbia, per questo ho scelto questa spiaggia. Sai perché? Perché anche la sabbia può essere modellata, ma è difficile, perché se si asciuga, i granelli si staccano e l’opera si sgretola. Mi piacerebbe allora esplodere e divenire parte stessa di questo posto, sciogliermi nel vento o comporre dune.”

 

Il cappio viene stretto leggermente, l’ultima, falsa premura.

 

 

E a quel punto mi gonfiavo di tutto ciò che aveva fatto parte della mia vita. E’ difficile spiegarlo, ma era una sensazione struggente, che aveva la forza di annientare il mio essere. Era così che avrei voluto finire i miei giorni. E volevo che tu ne fossi partecipe.

 

E mentre esplodevo, come una stella arrivata al collasso, investivo tutto con i miei piccoli granelli….e rivestivo il mondo intero.

 

 

 

Ne io, ne Hidan, eravamo persone migliori di altre.

Io non ero Dio e lui non era immortale.

La vita non ce lo aveva fatto capire, il male ci aveva dato la conferma e la morte ce l’ha strappata.

La convivenza forzata, l’odio per il prossimo, la religione, l’arte, sembrano tutte cose lontane, tutti granelli nel vento, ma sono le componenti di quello che abbiamo vissuto insieme.

Noi, anime affini e dannate, eravamo destinati ad una vita incompresa.

Ciò che rimane è quella spiaggia, su cui vedo Hidan seduto a pregare, con i resti di me stesso che lo stanno a guardare.

 

 

 

 

 

«Cammina!» ordina un demone strattonandomi.

Quando entro nella cella e trovo Hidan che mi guarda, sorrido.

«Che ci fai…persino qui?» mi chiede con astio. Forse ancora non ha digerito il fatto che l’ho ucciso.

«Idolatria.» Dico semplicemente e mi preparo alla convivenza forzata con lui, per l’eternità davvero questa volta.

 

 

 

 

-Owari-

 

 

*Linea della vita: in realtà la linea dove secondo me si aprono le bocche di deidara è la linea della testa (che è quella tra la linea della vita e quella dell’amore), ma suonava meglio così…

 *La miretta è uno strumento utilizzato per il modellato.