IDOLATRIA MENTALE
Di Urdi

parte 4
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L’umidità, in quei giorni di agosto inoltrato, sembrava impregnare ogni cosa.
Hidan, appoggiato al muro, si trapassava il braccio con del fil di ferro recuperato nella sala ricreativa. Almeno quando si faceva del male non blaterava idiozie! Io invece, tenevo la testa sul bordo della branda, all’ingiù, fissando il soffitto.
Il mio compagno era perso nella preghiera ed io nei miei pensieri, entrambi accompagnati dallo scorrere lento e denso (umido) del tempo. 
Di tanto in tanto rivolgevo uno sguardo distratto all’albino, chiedendomi se avrebbe contratto il tetano a furia di ferirsi, o incuriosito dal suo provare piacere per un dolore inutile.
«Hidan… - esordii ad un tratto, mettendomi seduto - …Da quant’è che sei qui?» 
Ecco, finalmente iniziavamo una conversazione seria.
L’altro rispose solo dopo aver terminato il mantra:
«Bah…sarà…quasi tre anni. »
«E non hai mai pensato di uscire, di scappare…?»
«Ehi, Pollyhanna…mica è così facile! E comunque non mi interessa più di tanto scappare. Alla fine ho la mia vita. Il sacrificio è la mia vita. Per l’eternità.»
«Hmpf…l’eternità, che parolona! Non credo che, per quanti crimini tu abbia commesso, rimarrai qui così tanto. C’è una cosa chiamata morte.»
«Pensala come vuoi, ma te l’ho già detto: Jashin mi ha reso immortale. – e detto questo il ragazzo dagli occhi ametista, si trafisse nuovamente, provando un brivido di piacere. – Perché, principino, tu vuoi scappare?»
Io lo guardai come se fosse un alieno.
«Certo, vorrei essere fuori di qui! Questo posto fa schifo…e ci sono finito per una cazzo di multa non pagata. Andiamo, è ingiusto!»
«Una multa non pagata? E ti hanno mandato qui? Nell’Akatsuki, l’antro peggiore del carcere? Ma piantala! Hai ammazzato chissà quante persone! Sei marcio come tutti qui dentro.»
«Beh, dai, hai capito quel che volevo dire… E’ stata sfiga, non mi avrebbero mai preso. E poi…poi non capisco questo loro accanirsi. Cosa vogliono saperne loro della mia arte?»
Hidan prese a premere sulle ferite per lasciare uscire un po’ di sangue e godere della sua vista.
«Non ne sanno un cazzo.- ammise - Te l’ho detto, per loro siamo marci.»
«L’altro giorno… - mi alzai dal letto – Tu hai visto cosa intendevo. Tu hai capito cos’è…quel…quel singolo frammento di tempo, in cui tutto si ferma e tu provi una sensazione di appagamento più che totale, vero?! »
Hidan alzò lo sguardo e sorrise, di quel suo sorriso strafottente e affascinante.
«Non siamo poi così diversi, Deidara. – commentò, finalmente senza apostrofarmi con insulti di vario genere – Tu hai la tua arte. Quella è il tuo dogma sacro. La tua opera è Dio, ma per non diventare idolatro, non puoi far altro che distruggerla, liberandotene, divenendo tu stesso il fulcro della tua religione. E in quel attimo, quel istante che svanisce immediatamente, tu hai la conoscenza. »
In quel momento ebbi la conferma che Hidan aveva davvero compreso. Aveva espresso a parole il concetto che avevo dentro così bene, che se fossi stato un po’ più sentimentale lo avrei abbracciato. Lui probabilmente era molto diverso da me, ma aveva dalla sua il mio stesso modo di vivere. 

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E così, altrettanto lentamente, giunse di nuovo il martedì. 
Per prima cosa mi beccai una ramanzina insopportabile da parte di Sakura, perché non si ripetesse quel che era accaduto la volta prima. Le risposi che solo una ragazzina per bene, ma che nascondeva il suo lato di zoccola, poteva parlare a quel modo dell’arte.
Mi guardò malissimo, tanto che non l’avrei creduto possibile, e mi sganciò un sinistro che mi fece boccheggiare (più per la sorpresa che per il dolore).
«Stronza…» ringhiai, rivolgendole il mio sguardo peggiore e squadrandola dall’alto in basso. 
Volevo picchiarla.
«Stai buono, Deidara. Ci metto due minuti a spedirti in isolamento per il resto dei tuoi giorni.»
Ma non potevo rischiare. Se avessi dato nuovamente spettacolo, probabilmente la mia possibilità di avere anche solo quel giorno alla settimana per svagarmi, sarebbe scomparsa. 
Per nulla intimorito dal tono di minaccia che mi rivolse, ma capendo la situazione, mi voltai dall’altra parte per ignorarla.

Iniziai a modellare rabbiosamente, aggregando i pezzi di plastilina con una furia per me inusuale. Odiavo essere nel pugno delle persone, io ero uno spirito libero. Ero un artista, ero Dio.
Le mie mani si muovevano rapide, modellando ciò che portavo dentro: ira.
Essa cresceva dentro di me, cresceva sempre di più, mi ingrossava i vasi sanguigni, mi mandava a puttane il cervello. 
Io sapevo odiare per molto poco, e quel mio odio smisurato pareva crescere fino ad arrivare al limite, mi esplodeva nella testa, oscurando con il sangue la mia vista. A quel punto, quando ero ancora un uomo libero, creavo e uccidevo. 
Una persona normale forse non lo avrebbe mai fatto e, sicuramente, non ne avrebbe capito la natura. Spesso sentivo di gente che, commentando una notizia di omicidio, diceva:
«Ma dai, addirittura arrivare ad ammazzarlo ce ne vuole! »
Probabilmente quelle persone non avevano abbastanza sensibilità, abbastanza conoscenza del loro essere. La violenza fa parte dell’uomo e così anche l’omicidio. Nel mio caso poi, era espressione di un odio che sfociava nell’opera d’arte, che regalava al mondo un attimo di splendore sublime. Era l’eiaculazione della mia espressività, del mio capire così a pieno l’angoscia del mondo.
«Maledizione!» sbottai nervoso, grattandomi il naso con il dorso della mano per non sporcarmi di plastilina. 
«Cosa ti blateri frocetto? » Mi ci mancava lui, accidenti!
«Chiudi la bocca. Non ne ho voglia, Hidan.» Mormorai, affondando le dita nella mia opera, scavandola quasi a creare onde artificiali.
«Va bene, hai le tue cose…» il commento di troppo avrebbe davvero dovuto evitarlo, perché in quel momento non avrei risposto delle mie azioni. Rimasi in silenzio e continuai a lavorare, solamente perché meditavo vendetta una volta che saremmo tornati in cella. Non avrei rinunciato a quelle poche ore settimanali per niente al mondo, ma non avrei rinunciato neppure a riempire di botte quel dannatissimo albino.
«Questo fa paura! » commentò il mio compagno osservando il demone dai lunghi denti aguzzi che avevo creato. 
Io non lo degnai di uno sguardo e continuai; l’opera, come al solito, poteva dirsi completa solo quando lo avrei deciso io.

«Lisciare la plastilina è un vero casino…» borbottai, immerso nel mio lavoro, facevo scivolare le dita, ma più premevo, seppur con delicatezza, più mi sembrava mancasse qualcosa. 
Avrei avuto bisogno di qualcosa di morbido e bagnato, come…come una lingua. Sorrisi a quel pensiero. Una lingua, sulla mano… Provai ad immaginarlo: una bocca che si apriva lungo la linea della vita*. Da essa sbucava una linguetta umidiccia che leccava la plastilina, rendendola perfettamente levigata. 
Scoppiai a ridere, con Hidan che mi malediceva come al solito.
«Dovresti smetterla Deidara, l’odore di ‘sta roba ti fa uscire ancor più di testa. Porca troia, si può avere un compagno di cella più stupido?» ringhiò.
Lo mandai come al solito a farsi fottere, e la tensione iniziò a farsi più solida. I pretesti per litigare sul serio erano incredibilmente facili da trovare.
I miei problemi, negli ultimi giorni, non si erano limitati ad Hidan, anzi: più volte ero venuto alle mani con altri detenuti, mai nulla di serio, ma mi era bastato per essere in fibrillazione.

Sono sempre stato diverso dagli altri e l’ho sempre saputo, ragion per cui non ero adatto ad avere rapporti sociali. Da bambino mi isolavo, rimanevo a giocare da solo creando mondi immaginari, ma furono mondi che presto vennero contaminati dalle mie origini. 
Mio padre decise che ero diventato adulto il giorno del mio sesto compleanno. Mi prese, mi caricò in macchina e mi portò con sé per un regolamento di conti. Contrariamente a quanto si può pensare non mi obbligò a guardare o imparare, semplicemente mi lasciò lì, mentre lui si sporcava le mani.
Ero un bambino e non avevo mai avuto particolari dimostrazioni d’affetto, quindi credo che sia per questo che rimasi a fissare quello che accadeva senza fare nulla. Certo, nella mia testa inorridivo, ma non ho mai abbassato le palpebre, neppure quando la lingua sanguinante è caduta nella polvere, continuando a dibattersi come un pesce fuor d’acqua.
Com’era possibile essere capiti, quando tuo padre ti fa un regalo come quello? I miei coetanei sembravano così lontani, con le loro corse, la palla e il nascondino. Mi veniva voglia di dire a tutti che non era normale, che erano insopportabili. 
Ecco, era quello!
Quando non si è capiti dagli altri, tutto diventa insopportabile e ti senti esplodere di frustrazione.
Fu così che crebbi: a pane, plastilina e dinamite, una dinamite che avrei potuto chiamare “Mamma”. Da lì, nel momento in cui dovrebbero insegnarti cosa fare e non fare, io imparai il sadismo: bruciavo la coda alle lucertole e le facevo scoppiettare con dei petardi, osservavo i movimenti, studiavo altri metodi e poi creavo. Distruggere qualcosa che avevo fatto con le mie mani era magnifico, ma addirittura un essere vivente era il massimo. Era il contrario di ciò che faceva Dio. Era il suo opposto, la mia guerra personale contro di lui, che mi aveva creato tanto sbagliato. Infondo, quel germe radicato nel mio io, lo sapeva che ero un errore. 
E allora esplodeva la rabbia.

«Dio, che schifo! » borbottò Hidan passandomi accanto, mentre ero letteralmente intento a leccare l’argilla artificiale. Perso nel ricordare la mia infanzia, non mi ero neppure reso conto di quello che facevo. Di certo non era una sensazione piacevole per la mia lingua, ma dovevo sperimentare quello che mi era venuto in mente. 
Ed inaspettatamente funzionò.

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Lo spinsi sulla branda e gli salii sopra, tenendolo stretto per il collo. 
«Dannato…hai finito di rompermi, tu, la tua religione del cazzo e i tuoi vaneggiamenti idioti. Non sono un tipo paziente e non sono uno che ammazza la gente a mani nude. Ma tu non avrai l’onore di essere un’opera d’arte, tu schiatterai qui dentro, nel sangue che tanto ti piace, probabilmente sborrando di gioia! »
Sentii un flebile mugolio da parte del mio compagno, che si dimenava sotto di me, impotente.
Mi guardava e sorrideva, come se fosse la cosa più naturale del mondo essere strangolati nel mezzo della notte.
Nell’oscurità notavo solo i contorni del suo viso candido, ma percepivo i suoi occhi sui miei e il suo sorriso sbavato dal buio, mi sembrava allungato sulle guance.
«Urgh…» cercava di trovare il respiro, ma io premevo con le dita e con i palmi, senza sentire neppure le sue unghie che mi incidevano gli avambracci.
Ero frustrato, amareggiato e profondamente scosso; mi sentivo preda di un malessere che nessuno avrebbe potuto mai capire e volevo dimostrare di essere forte. Ritrovare la mia identità, facendo male a quel fottuto albino.
«N…non…posso morire…è inutile…» la frase mi arrivò soffocata, ma fu una sorta di richiamo, che mi fece allentare la presa.
Ricordai che lui era forse l’unico che non avrebbe meritato quella fine. Se avessi dovuto sfogarmi, avrei dovuto picchiare Sakura e uccidere lei. 
La mie dita si aprirono del tutto, lasciando definitivamente la pelle di Hidan. Lui, meccanicamente, tossì alla ricerca di ossigeno.
«Ma che cazzo fai?» mi chiese, tuttavia senza aggressività.
Non risposi. Cosa volevo fare? Ero ancora su di lui, nervoso e tremante, pronto a spaccare qualcosa, ma non il suo viso.
«Vuoi dimostrare che sei forte e non un frocio del cazzo, hm? Vuoi spaventarmi? E…oh, Jashin aiutami, vuoi uccidermi?» scoppiò a ridere ed io gli tirai un pugno in pieno viso.
«E smettila! – sbottai, mentre lui continuava a ridere divertito, tenendosi una mano sul labbro spaccato – Al diavolo, Hidan! Al diavolo te e tutto il resto! » mi alzai e tornai nel mio letto, completamente confuso.
Conoscevo bene quella sensazione in realtà, eppure ogni volta mi stordiva. Era bastato davvero poco per far scattare quell’ingranaggio nel mio cervello che, ne ero sicuro, quando ero nato era stato attaccato con lo sputo.
Io ero un cerino, prendevo fuoco facilmente, poi accendevo la miccia e attendevo l’esplosione. 
Mi passai una mano tra i capelli, sbuffai ed appoggiai le gambe lungo il muro, osservando l’ombra delle sbarre proiettata sul soffitto. 
Hidan sghignazzava ancora sulla sua branda, probabilmente felice per il dolore che sentiva.
«Lo sapevo che picchiarti non da soddisfazione. – commentai piatto, pensando di sfuggita a quanto avrei voluto una sigaretta in quel momento. – A te piace il dolore, ti fa godere. Bah. Fai proprio schifo, se devi farti una sega almeno, ti prego, alza il culo e va’ in bagno!»
Stavo davvero per ucciderlo. Eppure, quando sotto il mio pollice avevo sentito il pulsare del suo cuore, mi ero bloccato. Mi aveva dato fastidio.

continua...-