IDOLATRIA
MENTALE
Di Urdi
parte 3^
Nonostante quell’episodio ci avesse reso partecipi di come la pensavamo, continuammo a provare un astio reciproco.
Hidan era tremendamente fastidioso e mi riempiva la testa con discorsi di cui avrei fatto volentieri a meno. Scoprii che era un autolesionista sadomasochista, che si divertiva a torturare le persone nel nome di quel suo Dio bizzarro: Jashin…- ma dove cazzo lo aveva trovato?! – Ed altre cose, che non avevo chiesto.
Io, che non avevo mai avuto una chiara idea della religione, di norma mi interrogavo solo sulla morte. Il mio desiderio era che non ci fosse niente dopo, solo il buio. E basta. Spegnermi per sempre di ogni pensiero all’improvviso, “puff”! Un attimo prima c’ero e l’attimo dopo ero scomparso.
Lì, era dove si fermava il mio credo.
Invece Hidan aveva mille riti e mille preghiere, che sentiva di dover condividere con me. Al tempo probabilmente, anche se non gli stavo di certo simpatico, mi aveva preso come l’unico che potesse comprendere.
Ma i miei pensieri quel giorno, vennero interrotti da una ragazza dal camice bianco:
«Da oggi in poi avrete accesso alla sala ricreativa, due volte la settimana. » Esordì. Si trattava della psichiatra che ci avrebbe seguiti in un percorso di recupero. Eh, già! Quella era la novità del secondo mese.
Ci avevano fatto riunire in una stanza al terzo piano e ci avevano presentato due donne bizzarre: una era bionda, occhi glaciali e seno prosperoso; l’altra aveva un’aria più fine, con corti capelli color confetto e occhi verde brillante.
Appena terminato il discorso introduttivo, Hidan aveva sbottato qualche parolaccia, il cui significato era più o meno:
“Che stronzata! Recupero a cosa, che staremo qui a vita…?”, incrociando le braccia al petto.
Io invece, ero incuriosito: insomma…qualcosa di diverso! Qualcosa che non fosse pulire latrine, litigare con uomini rozzi e sporchi o cercare di non strozzare Hidan.
E poi: “sala ricreativa”, mi ispirava fiducia; forse avrei potuto modellare qualcosa, mostrare a quel fanatico del mio compagno cosa fosse la vera arte. Quella era importante, altro che religione!
Sì, nel mio cervello era scattato qualcosa, desideravo poter tornare a dare vita alle creature della mia immaginazione. Era meglio di avere solo monotone e terrificanti giornate di lavoro, o di vuoto. O di entrambi.
«Bene…» cominciò la ragazza quel martedì mattina, all’interno della sala dove noi detenuti la guardavamo fisso. Lei non pareva dare ai nostri sguardi alcun peso, quasi non avesse davanti criminali, ma solo ragazzini innocenti a cui insegnare. La stupida, non pareva essersi resa conto di quanto quegli occhi la stessero in realtà spogliando e scopando.
«Mi chiamo Haruno Sakura. – continuò con un sorriso, sistemandosi i capelli chiari dietro un orecchio – E lei è Tsunade-sama. Saremo le vostri insegnanti e confidenti. Ricordate che potete chiederci qualsiasi cosa. »
Non potei trattenermi dal fare un commento spinto e Hidan, accanto a me, annuì ridacchiando.
La dottoressa ci vide, ma decise di ignorarci.
«Sappiate che da adesso avete un compito. Voglio che disegniate, scolpiate, dipingiate, ciò che vi viene in mente in questo momento. » A quella frase si levarono moltissimi fischi, accompagnati da diverse risate.
«Ehi…ehi…Prendetela seriamente questa cosa, perché potrebbe aiutarvi a farvi uscire prima di qui. Vi ricordo che potrei mettere un’ottima parola per voi, quindi vi conviene collaborare! »
E mentre la ragazza riprendeva a spiegare, io lasciai vagare lo sguardo.
La stanza era molto grande ed era stata adibita ad aula ricreativa con tavoli su cui poter modellare, cavalletti per dipingere e addirittura qualche busto in gesso, riproduzione di antiche opere d’arte.
Mi sentii improvvisamente bene ed inconsciamente le mie dita disegnarono nell’aria, quasi a voler plasmare a distanza quei blocchi scivolosi.
Sentii divampare dentro di me quella scintilla che credevo di aver lasciato fuori per sempre.
Una volta assegnato il tema, ci lasciarono abbastanza liberi di scegliere come esprimerci. Hidan, che non era mai stato molto bravo né con la matita, né con il pennello, decise di affiancarmi per cimentarsi nelle arti plastiche.
«Dì…la sai usare? » mi chiese, accennando alla plastilina con un gesto del capo.
Io lo guardai male.
«Vuoi scherzare? – dissi, come se la risposta fosse la più ovvia del mondo – Io so fare con questa roba cose che neppure immagini! » e detto questo iniziai a tagliare con del fil di ferro l’argilla artificiale.
Una volta ottenuto un pezzo grosso quanto un pugno, iniziai a staccarne di più piccoli, appiccicandoli velocemente tra loro.
Hidan mi guardò perplesso, cercando di capire la tecnica.
«Ehi frena…che cavolo hai in mente? – mi chiese, inarcando un sopracciglio - Sembrano tanti chewingum ammassati! » fu il suo commento, ma io lo ignorai nonostante la descrizione calzasse abbastanza, perso com’ero nell’estasi della creazione.
Avevo sentito dire che il verbo "creare” veniva erroneamente usato dalle persone in quanto il suo significato era quello di “Fare dal nulla” e quindi solo Dio ne aveva la facoltà. Ma l’arte… l’arte era qualcosa che aveva lo stesso potere divino; la scultura, quel solcare, plasmare e lisciare la materia, era parola di Dio.
Piano piano, mentre Hidan cercava vanamente di incidere la plastilina per creare un cerchio perfetto, io continuai ad ammassare i piccoli pezzi fra loro, dando così forma alla mia opera: una civetta. Era solo accennata, ma si intravedevano già le sue fattezze.
«Molto bene! » esclamò estasiata la dottoressa Tsunade.
Io la trapassai con lo sguardo. Molto bene? Ma cosa diceva? Non andava affatto bene!
«E’…è solo una bozza…» bofonchiai con disappunto, iniziando a solcare lentamente con la miretta le zampe dell’animale. La donna continuava ad osservarmi, ed io provai un moto di rabbia nei suoi confronti, mista ad un grande imbarazzo. Cosa c’era di bello in quello che stavo facendo? Era ancora incompleta, era solo un accenno di quel che sarebbe divenuta. E invece, quella donna ignorante in materia, mi faceva un complimento. Non potevo di certo accettarlo, ma per evitarmi grane, rimasi in silenzio, convinto di poterle dimostrare cosa è davvero l’Opera con la “O” maiuscola.
«Ehi, checca! – mi chiamò l’albino – Hai fatto breccia con miss decolté!»
«Ma piantala. Quella non ne capisce un cazzo di queste cose. L’arte va vissuta intensamente, certo, ma è anche un preciso istante di splendore…Non…non questa…questa… cosa che sto facendo ora!»
Hidan inarcò nuovamente il sopracciglio destro senza capire.
«Potresti parlare come mangi?»
Io feci cadere il discorso, cominciando a lisciare con i pollici la pasta scura.
«Ah…lisciare la plastilina è sempre un casino! – sbuffai impaziente – E le dita sono già un ottimo metodo per renderla compatta…solo che…ci vorrebbe qualcosa che…»
«La smetti?! Parli pure da solo! Io mi sono stufato di sentirti delirare su ‘ste stronzate!»
«Credi forse che io non mi sia stancato di sentirti bisbigliare nella notte, pregando un Dio che probabilmente s’è dimenticato di te?! »
«Come ti permetti, fottutissima testa di cazzo!? »
Incredibilmente, lasciai correre, muovendo circolarmente i pollici all’interno dei due fori che avevo fatto per gli occhi, di quella che ora sembrava davvero una civetta. Con minuzia e senza calcolare gli insulti del mio compagno, affondai la stecca di legno, per disegnare il piumaggio dell’animale. Seguii ogni linea con lo sguardo e con il movimento della testa. Mentre creavo, tutto spariva e il mio corpo, il mio intero corpo si muoveva in quell’unico amplesso.
«Ammira! » esclamai, allontanandomi di un passo per osservare la mia opera.
Hidan smise di blaterare e portò lo sguardo sul magnifico rapace che stava sul tavolo, al posto di quello che poco prima aveva definito
“ammasso di pezzi di chewingum”.
Io alzai deliziato le braccia al cielo e scoppiai a ridere, di una risata pura e sadica che arrivava dal profondo del mio essere.
Magnifico!
Così, io ero Dio, io ero il Creatore.
E ridevo, ridevo fino alle lacrime, per il mio innato potere.
Ridevo come Hidan, la sera in cui lo aveva trovato bendato sul pavimento.
Ridevo per la follia del mondo, per la prigionia, per tutto e ridevo, perché stava per arrivare quel momento. La pura bellezza, l’orgasmo tanto agognato.
D’improvviso, quando tutti avevano voltato lo sguardo perplessi su di me, io abbassai le braccia, affondando le mani nella plastilina, con furia, sentendola infilarsi fastidiosa sotto le unghie. La strappai via con foga, ridendo come un matto, distruggendo quel animale meraviglioso che non avrebbe mai potuto volare.
«L’arte! L’arte è esplosione…può essere solo questo istante! » gridai ghignando, mentre Tsunade chiamava le guardie.
Feci a pezzi la mia opera, disintegrandola e provando l’apice del piacere. Ma mi sbagliavo se credevo che gli altri avrebbero compreso. Per loro quello era solo il delirio di un pazzo, né più, né meno.
Una manganellata dietro al ginocchio mi fece crollare a terra, sbattei la fronte contro al tavolo, eppure continuai a ridere. Ridevo talmente che per un attimo pensai che le budella mi sarebbero uscite dalla bocca. Poi, venni trascinato via e picchiato, rinchiuso nuovamente nella mia piccola e maleodorante cella.
Hidan mi aveva osservato tutto il tempo, poi aveva passato lo sguardo sull’opera distrutta, che ora sembrava solo un cratere. Non seppi dire perché all’epoca, ma in quel momento, quando lo guardai negli occhi poco prima di uscire dalla stanza, compresi che lui era stato l’unico a capire.
continua...-