IDOLATRIA MENTALE
di Urdi
Parte 2
Il primo giorno trascorse lentamente, e così quelli a venire. Mi ero detto che non sarebbe stato facile, che la prima settimana sarebbe stata la più lunga: dovevo ambientarmi, sopportare Hidan senza picchiarlo, iniziare a soffrire la fame e non lamentarmi troppo (perché la brodaglia che servivano e il pezzo di pane che la accompagnava, non sfamavano per nulla). Ma lentamente, di una lentezza tanto densa da sentirmi impantanato, mi accorsi che in realtà le giornate si allungavano. Ed io, che non sono mai stato un tipo molto paziente, mi sentivo opprimere sempre di più.
Tutto il giorno rinchiuso, senza poter fare nulla se non pensare, borbottare qualcosa al compagno di cella e litigarci di conseguenza.
Quella vita si scontrava con il mio modo di essere e mi rendeva perennemente inquieto.
A volte me ne stavo sdraiato a testa in giù sul letto, con le gambe lungo il muro, studiando le crepe sul soffitto. Spesso fantasticavo su di esse, le allargavo con la mente, vi passavo in mezzo e fuggivo lontano. Ma erano sogni ad occhi aperti, sogni e basta, tanto potenti da confondersi puntualmente con la realtà.
Io non ero mai stato un tipo paziente, avevo sempre avuto qualcosa da fare; vivendo in eccesso di adrenalina, non riuscivo mai a stare fermo ed adoravo complicarmi la vita. Mi piaceva essere in fuga, far esplodere un obiettivo, scomparire e ridere come un dannato davanti ai telegiornali. Ma presto capii che ormai mi ero fottuto quella vita. E più questo pensiero si insinuava nella mia mente, più diventavo nervoso, più litigavo con Hidan, più odiavo me stesso e la gente di tutto il mondo.
Senza contare che qualche settimana dopo la mia reclusione iniziò il lavoro.
Mentalmente mi sentivo meglio, ma durò poco. Non era per niente facile per dei reietti come noi, lavorare tutti insieme. Alcuni nostri compagni neppure parlavano, si limitavano a guardarsi (e guardarci) male, facendo incazzare Hidan ed innervosendo me. Di nuovo.
Le risse, che scoppiavano per i motivi più banali, almeno ci lasciavano sfogare un po’. Poco importava se dopo le guardie ci avrebbero picchiato dove faceva più male, o sodomizzato in un angolo con il loro manganello, o rinchiuso nell’ala di massima sicurezza senza cibo ne acqua. Picchiarci era una valvola di sfogo per la nostra frustrazione. Anche se dall’altro lato, io lo detestavo: non volevo sentirmi come loro, ma soprattutto non volevo mischiarmi con certa immondizia!
Desideravo ardentemente rimanere solo, eppure c’era sempre Hidan con me. E questo, se possibile, mi dava ulteriore voglia di fuggire. Odiavo quella situazione di unione forzata, la odiavo davvero con tutto il cuore. Non sopportavo di dover dividere con lui persino il lavoro, lo trovavo decisamente irritante. Vedere ogni dannatissimo giorno quella faccia, udire quelle insulse ed inutili preghiere, non potermi fare una sega in santa pace senza dover stare attento. Era frustrante, e credo che per Hidan fosse lo stesso: lui era misantropo quanto me e non condivideva la cella con qualcuno da almeno otto mesi.
Iniziai a credere che un giorno ci saremmo ammazzati a vicenda, quasi a volerci fare un favore, ma eravamo persone dal carattere talmente incompatibile, che non ci saremmo trovati d’accordo neppure su quello.
# # #
Una sera in cui l’insonnia non mi lasciava dormire, mi rigiravo di continuo sulla branda, maledicendo puntualmente questa e quell’altra molla del materasso.
Fastidioso e continuo, potevo inoltre sentire il bisbigliare di Hidan. Di norma avevo tanto sonno da non farci caso, ma quella sera lo avrei fatto a brandelli a mani nude.
«Cazzo, smettila! » urlai, nascondendo la testa sotto al cuscino.
Tuttavia, le vibrazioni emesse da quei mantra che reputavo assurdi, penetravano la barriera di stoffa che voleva proteggere le mie orecchie.
Deciso a chiudere quella bocca allora, mi alzai e mi diressi a tentoni, aiutato dalla luce fioca che proveniva dal corridoio, verso la branda del mio compagno. Arrivato davanti alla sua figura scura, lo presi per le spalle ed iniziai a scuoterlo, intimandogli di smetterla, perché altrimenti gli avrei fracassato la testa contro al muro.
«Finiscila, Hidan! Hai rotto con questa cantilena, perché non dormi una buona volta?! Ti spacco questa testa di cazzo che ti ritrovi, lo giuro!» ma quando lasciai la presa sull’altro, che ora mi fissava nel buio senza proferire parola, mi accorsi di avere le mani bagnate da qualcosa di denso. Istintivamente abbassai lo sguardo, ma nel buio non riuscii a notare nulla di diverso. Mi portai allora vicino alle sbarre della cella, lasciando che la luce del corridoio mi illuminasse le dita.
«Sangue? – constatai, guardando la figura di Hidan immersa quasi totalmente nell’oscurità. – Hidan…cazzo! Ehi! Ehi, venite qua, presto! » chiamai a gran voce, rivolto alle guardie.
«Che diavolo succede? » mi chiese uno degli agenti accorsi. Io alzai le mani, mostrando ciò che le macchiava.
«Credo che Hidan si sia ferito.»
«Merda…di nuovo…» bofonchiò la guardia, chiamando un collega che lo aiutasse.
«Di nuovo? »chiesi, senza ricevere risposta.
Rimasi ad osservare i due uomini che prendevano il mio compagno e lo portavano via, quasi fosse un sacco di pietre. Hidan in quel momento sembrava solo un cadavere, eppure continuava a borbottare, gli occhi fissi nel vuoto e il sangue che percorreva le sue braccia in rivoli scuri, fino a zampillare sul pavimento.
Forse sarebbe morto davvero, pensai, ma non provai nulla. Mi sentivo solamente molto strano.
Una volta rimasto solo coi miei pensieri, decisi di lasciar perdere e mi sdraiai nuovamente sulla branda, pulendomi le mani sulla maglietta.
Se non altro ora potevo addormentarmi in pace! Mi portai la coperta sopra la testa e chiusi gli occhi, cercando di rilassarmi. L’odore del sangue però, non mi lasciava indifferente, mi stuzzicava le narici e di conseguenza, non riuscivo a chiudere occhio.
«Accidenti!» sbottai, scostando il lenzuolo di malo modo.
Sarebbe stato davvero semplice nascondersi sotto una coperta e fingere il nulla, credere che tutto finisse lì sotto. Come da bambini, quando i mondi hanno casa negli angoli più inaspettati.
Mi rigirai più volte, maledii il mondo, maledii Hidan e poi finalmente mi avviai al sonno. Ma proprio quando stavo per addormentarmi profondamente, il rumore della cella che veniva aperta mi svegliò bruscamente.
Mi voltai d’istinto verso la porta e vidi Hidan barcollare fino al centro della stanza, per poi crollare a terra.
Le guardie se ne andarono borbottando insulti e lui cercò di rimettersi in piedi, con tentativi alquanto penosi, così come il suo stato: le dita dalle unghie scheggiate premevano sul pavimento; le labbra semi aperte tremolavano in cerca di ossigeno; una fasciatura sporca di sangue gli copriva il torso; ma ciò che era più terribile era il suo viso. Dopo un’iniziale smarrimento, Hidan aveva preso a sorridere, leccandosi le labbra insanguinate, tenendosi la pancia per non scoppiare a ridere troppo forte.
In un moto di gentilezza, non so ancora oggi il motivo, mi avvicinai a lui nel tentativo di aiutarlo.
«Che hai combinato, si può sapere? Mi hai svegliato, cazzo! » ringhiai. Era vero, mi aveva svegliato e questo era intollerabile per me!
Hidan ridacchiò tra sé e sé.
«Sono carini quando si preoccupano che io possa morire… - mormorò, probabilmente riferito alle guardie – Ma sai, io…io sono immortale…» e detto questo scoppiò in una sonora risata.
Io lo guardai con un sopracciglio alzato.
«Certo, come no. » Commentai, convinto che si fosse ammattito del tutto.
«E’ vero, razza di eretico che non sei altro! Jashin mi ha dato l’immortalità…Jashin…Jashin mi vuole vivo, mi vuole perché io predichi la sua parola. »
«Stai delirando Hidan? Ti sei fatto più male di quel che credi mi sa. »
A quella frase il ragazzo dai lunghi capelli platino aggrottò le sopracciglia in un’espressione furiosa.
«Delirare? Pensi che io sia pazzo, Deidara? No, non è così. Lo sei tu, tu e tutti quelli rinchiusi qui, le guardie…e tutto il resto del mondo. La mia non è pazzia, la mia è superiorità.– Hidan sorrise a quell’ultima frase – Io so, io conosco, io vedo…Ho la forza dalla mia parte, ho l’immortalità. Ma voi, poveri sciocchi, preferite chiamarla pazzia, perché vi spaventa. Insulsi, stupidi, esseri umani senza scopo, se non quello di consumare la Terra. »
Rimasi senza parole. Era ciò che avevo sempre pensato io. Il mondo, inteso come comunità di persone, mi faceva schifo, come faceva schifo a Hidan. Lui, come me, amava solo se stesso e disprezzava il resto, perché lo trovava squallido e inutile. Il suo scopo, mi era ancora in parte oscuro, ma potevo iniziare ad avere una vaga idea di cosa intendesse.
Così, lì nell’oscurità, iniziammo a ridere insieme per la pena che ci faceva la gente e per la nostra immensa superiorità, quella che gli altri amavano chiamare
pazzia.
continua...-
Eccoci alla
seconda parte. Nonostante le molte letture ho notato il poco successo dell'inizio, ma capisco che non sia propriamente entusiasmante come prologo. Direi che i restanti capitoli lo sono di più. Sicuramente non è una storia scritta per appassionare, quanto più per soffermarmi a cercare di capire la psiche di Deidara (il Deidara artista, il Deidara uomo, il Deidara psicopatico). Io sono nata per l'arte e per il disegno, non
scherzo: a causa della solitudine che ho provato nell'infanzia, ho trovato nel disegno il mio modo di esprimermi, il sollievo. Posso dire che sia proprio il disegno stesso la mia intera esistenza, per cui ho provato ad immaginare come sia per Deidara la sua arte, attraverso anche la mia stessa esperienza (che si vedrà nel prossimo capitolo). Per cui, anche se vi sembrerà una storia ostica, spero di avere un vostro parere al riguardo proprio perché è tanto mia. Il parere può essere anche negativo, purché sia fatto con cognizione di causa.
Urdi
Ringraziamenti e risposte:
@Slice: Darling! Dici sul serio? Originale? Speriamo, io c'ho provato. A causa del contest ho indubbiamente avuto dei paletti e spero tanto che non abbiano portato a forzature. Ti ringrazio della recensione e del sostegno, spero apprezzerai anche gli altri capitoli. E poi...grazie ancora per il regalo di compleanno, sei stata troppo carina^^ Un bacio*__*
@Elder: Uh, non ti aspettavo, comunque sono felice che tu abbia lasciato un commento, poiché sei stata la prima esterna a leggerla e a capire davvero cosa volessi dire già dalle prime righe. Per questo ti ringrazio tanto*_* Spero davvero di non essermi persa con il finale (che a mio parere è assolutamente nonsense XD. Un bacio!