Eccomi qui a postare la fanfic che h partecipato al contest Your destiny indetto da Sweet Audy. Siccome sono passati mesi e la giudice non si è fatta più viva ho deciso di postare. Il tema prevedeva che si creasse una fanfic con un personaggio, un luogo ed una parola chiave che il "destino" ci avrebbe affidato scegliendo dei numeri. Per ora vi posso dire che come personaggio mi era capitato Deidara. Nei prossimi capitoli scoprirete la parola chiave e il luogo. Intanto vi auguro buona lettura.

Piccola nota: questa è la fanfic più assurda che io abbia mai scritto, ma prendetela per quel che è. Il rating l'ho alzato da arancione a rosso a causa del messaggio NEGATIVO che da, Urdi



“La mia arte ha le sue radici sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere[…]. Ho dovuto seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo. Ho dovuto saltare da una pietra all’altra. Qualche volta ho lasciato il sentiero per gettarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero sul ciglio di un precipizio.” Edvard Munch
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La spiaggia si estendeva infinita e lucente, composta di sabbia tanto fine da sembrare cipria. La brezza era fresca e sollevava di poco i granelli, trasformandoli in polvere soffusa. Una polvere dove amavo perdere i miei pensieri, sciogliere la mente e dimenticare il resto. Di norma, avrei preferito essere solo, gonfiarmi improvvisamente pieno di vuoto, ed esplodere in mille brandelli che avrebbero oscurato il sole. Ma quella volta ero in compagnia di una spina nel fianco, che petulante continuava a pungere e bruciare. Quell’atmosfera lontana che poteva donare solo un senso di pace, a me dava insofferenza.



IDOLATRIA MENTALE
Di Urdi

parte 1^





«Cammina!» ordinò la guardia, strattonandomi. 
Guardai male il poliziotto, digrignando i denti, cercando di non inciampare nei miei stessi piedi. In quel momento percepii la frustrazione alle stelle. Insomma: ventidue anni, dinamitardo di professione, colpevole di innumerevoli crimini a livello internazionale; ero stato arrestato in modo davvero stupido! Beccato per caso, incastrato da una stupidissima multa per divieto di sosta non pagata. Non riuscivo proprio a capacitarmi della cosa.
“Davvero magnifico…” pensai furente, scorgendo attraverso le ciocche bionde che mi ricadevano sugli occhi la pavimentazione sporca e rovinata. 
Percorremmo un corridoio poco illuminato, accompagnati dall’eco dei nostri passi, immersi in pensieri diametralmente opposti. Arrivati di fronte ad un cancello, il carceriere si fermò, tirandomi malamente in modo che rimanessi in piedi davanti a lui.
«Ti fanno male i polsi, stronzo? » commentò l’uomo sulla quarantina, armeggiando con un mazzo di chiavi.
Io sbuffai, quanto avrei voluto avere il c4 nella saliva per far esplodere con uno sputo quel ghigno di merda! 
Quando lui si apprestò ad aprire il cancello, approfittai del suo attimo di distrazione per cercare di sfuggire alla sua presa, ma fu tutto inutile: il bastardo mi riagguantò saldamente per una spalla e mi costrinse a stare fermo.
«Ehi, ehi…cosa vorresti fare, hm? » a quel punto il poliziotto mi afferrò per i capelli, all’altezza della nuca, e mi spinse nella cella di malo modo facendomi rovinare sul pavimento polveroso.
«Razza di feccia putrida, non fare il frocetto isterico... ».
Non aveva di sicuro un bel modo di fare, con quello sguardo penetrante di chi ha visto di tutto e non si fa spaventare da nulla. Eppure io non l’avrei mai considerato più di quel che era: una persona. In senso dispregiativo. Diciamolo, uno come me non poteva non essere un misantropo convinto. Io detestavo le persone con tutto me stesso e le disprezzavo, sentendomi ad un livello superiore. 
Rivolsi al carceriere uno sguardo rabbioso, cercando di scostarmi i capelli dal viso muovendo la testa da una parte all’altra.
«Se fai il bravo, tra qualche ora ti vengo a togliere le manette. – l’agente aveva estratto il manganello e mi guardava dall’alto in basso – Ma sai…potrei anche dimenticarmene…» sorrise, prima di colpirmi dritto sul viso. 
Per qualche secondo vidi tutto completamente nero, poi, pulsante e caldo, percepii un dolore diffuso al naso, alla guancia destra e al labbro inferiore. Istintivamente strinsi occhi e denti, nel vano tentativo di scacciare via quel male. 
Il sangue dal naso, scivolò sulle mie labbra e meccanicamente lo sputai a terra, sibilando una bestemmia.
«Non farmi incazzare, troia. Fidati, è meglio! » e detto questo il poliziotto ripose la sua arma e si chiuse la grata alle spalle, sparendo dalla mia vista


Potrei dire che tutto cominciò così…con me, ferito al volto, sul pavimento sporco di una prigione. Ma in realtà, il vero incipit è un altro. 
Tutto è rinchiuso in quel qualcosa che mi ha sempre contraddistinto dal resto del mondo. 
Quel piccolo germe a cui sono legato ed innamorato. Ha molteplici nomi e molteplici forme: proprio come l’amore, proprio come Dio, proprio come l’arte…ma la sua manifestazione più grande e gloriosa, è riconducibile alla parola “pazzia”.


«Porca puttana…» mormorai, infastidito persino dai miei lunghi capelli biondi che mi scivolavano in avanti sulle spalle. Metà del mio viso era insensibile e sentivo il bisogno di darmi una sciacquata per eliminare il senso fastidioso del sangue che si asciugava sulla pelle.
«Maledizione, maledizione, maledizione! » urlai, agitando le mani immobilizzate dietro alla schiena, avvertendo il bruciore dei polsi segnati dalle manette.
«Figlio di puttana… - bisbigliai ancora, infuriato - Appena esco da questo buco, lo ammazzo. Dovesse essere l’ultima cosa che faccio, dannazione! »
Mi agitai ancora un po’, preso da un attacco d’isteria, ma poi mi resi conto che era inutile. 
Ero in gabbia. 
Osservai le sbarre della cella e quel pensiero divenne più nitido: ero in gabbia. Cilindri neri e freddi, ma invalicabili, delimitavano il confine della mia libertà. 
Preso da un altro impulso isterico, dimenai le braccia cercando di liberarmi; non potevo accettare di rimanere rinchiuso per nessuna ragione al mondo! Ricordai allora, che una volta ero riuscito a sfilarmi almeno una delle manette rompendomi il pollice. Ma dopo un po’ dovetti cedere, considerando che questa volta avevo le mani immobilizzate dietro alla schiena.
Sbuffai, accantonando l’idea e pensando che anche se mi fossi liberato, avrei dovuto cercare il modo di fuggire. 
Bella situazione del cavolo la mia, eh? 

«Per la miseria, ci stai zitto? » una voce si levò all’improvviso, distogliendomi dai miei pensieri. Proveniva da un angolo in penombra della stanza. 
Su una branda, da cui pendeva una coperta logora, un ragazzo dai lunghi capelli candidi tirati all’indietro, mi osservava. Non riuscivo a scorgere la sua espressione, eppure percepivo lo stesso il tocco dei suoi occhi su di me.
«Tu devi essere Hidan. » commentai piatto. Sapevo molto poco sul mio futuro compagno di cella, anzi, forse sapevo solo il suo nome. Probabilmente mi avevano detto qualcosa in più, ma lo avevo sicuramente rimosso: non mi piaceva la gente, di conseguenza non mi piaceva conoscere nulla di ciò che faceva.
«E tu devi essere un finocchio rumoroso.» mi apostrofò con sarcasmo.
«Vaffanculo! – sbottai, i miei nervi non erano propriamente saldi in quel momento, mi ci mancava un insulso compagno di cella albino che faceva dell’ironia - Se fossi libero a quest’ora la tua faccia sarebbe un Picasso. » Mi alzai in piedi con alcune difficoltà e i capelli mi si appiccicarono al labbro spaccato. Imprecai mentalmente e poi ad alta voce, per sottolineare la mia ira in quel momento.
Il ragazzo sul letto, gambe e braccia incrociate, soffocò una risata, riuscendo ad irritarmi ancora di più. 
«Ci credo, tranquillo. Ora lasciami in pace, non posso perdere tempo con te. »
Rimasi per un attimo a fissare il mio compagno di cella, poi scoppiai a ridere. Perdere tempo? In prigione? In prigione e probabilmente per il resto dei suoi giorni? La cosa fece scattare la mia ilarità, non riuscivo a fermarmi. Stupide persone, convinte di avere il mondo ai loro piedi. Povere sciocche formiche osservate da Dio. 
«Che cazzo ridi, si può sapere? » vidi distrattamente Hidan alzarsi dal letto, gli occhi color ametista brillanti di pazzia; indossava una maglietta bianca strappata in più punti e dei pantaloni neri. Mi si avvicinò minaccioso, ma io non riuscivo a guardarlo, continuando a ridere fino alle lacrime.
Alzai la testa ed incontrai quegli occhi incredibili con i miei, pensando di rimbalzo a quanto potevano sembrare freddi. Rimanemmo in silenzio a fissarci per un po’, io leggermente piegato in avanti, con ancora il sapore della ridarella sulle labbra e nello stomaco. 
«Molto piacere, sono Deidara. » dissi, spezzando quel momento e rimettendomi dritto. 
Hidan mi guardò male, bofonchiando qualcosa del tipo « è un’eresia che io finisca i miei giorni in compagnia di una checca demente…», ma lasciò stare. Non aveva voglia di perdersi in chiacchiere con me. Aveva di meglio da fare, o la punizione di Jashin lo avrebbe atteso quella notte stessa. Ma questo lo avrei imparato più avanti. In quel momento, infatti, mi parve solo annoiato.
«Beh, Deidara… – e calcò sul mio nome, scimmiottando una voce femminile - Quella…quella branda dall’altra parte della stanza, è la tua. E laggiù, dietro la porta, c’è il cesso. E’ un po’scassato e a volte…beh, spesso in realtà, si intasa, ma se fai attenzione svolge benissimo la sua funzione. » lanciai un’occhiata ad una porta di legno sulla parete sinistra con vago interesse, poi mi sedetti sulla branda saltellando un poco, per provare la consistenza del materasso. Ottenni solo un sonoro cigolio e la sensazione di aver appoggiato il culo su della paglia secca pressata.
«Confortevole! » commentai, quando una molla mi si piantò decisa su una natica.
Hidan sogghignò…
«Volevi il Grand Hotel, signorinella? » 
…ed io mi incazzai di nuovo.
«Senti, mettiamo le cose in chiaro: signorinella ci chiami quella gran zoccola di tua madre, ok? »
«Frena, stella! Non mi sembri nella posizione di parlare. Sei ancora ammanettato, pensi di avere possibilità contro di me? »
«Tsk! Fossi anche bendato e legato per i piedi, ti fracasserei comunque quella faccia da schiaffi che ti ritrovi…»
A quell’ultima provocazione Hidan si alzò e si diresse a passo spedito verso di me; quando mi fu abbastanza vicino, con un gesto rapido mi circondò il collo con una catenella (successivamente avrei scoperto che si trattava di un rosario).
«Mi hai stancato. » Sibilò, stringendo la presa.
Sentii le piccole sfere metalliche premermi sulla pelle, poco sotto il pomo d’Adamo, e boccheggiai senza fiato. 
«Non commenti più, eh, stronzo? »
Io però, nonostante fossi più esperto di dinamite che di corpo a corpo, avevo le gambe libere e ne approfittai per tirare un poderoso calcio nelle palle al mio avversario. 
La presa sul mio collo si fece debole, quando Hidan si piegò in avanti per il dolore. Con il senno di poi mi sarei accorto di un piccolo sorriso su quella faccia da schiaffi, ma in quel momento esultai nel vederlo soffrire.
«Stronzo! Stronzo, figlio di puttana! » urlò, tanto da sputare. Ma prima che potesse ricambiare l’attacco, un paio di guardie accorsero, richiamate dalle nostre urla.



Il risultato fu la camicia di forza per entrambi. 
Seduti sulle brande a qualche metro di distanza, avevamo preso a guardarci male, cercando di non ricominciare ad insultarci a vicenda. 
Io chiusi gli occhi ed appoggiai la nuca alla parete, cedendo alla stanchezza. Le mie orecchie si riempirono del suono delle onde che s'infrangevano sugli scogli, che arrivava dalla piccola finestra quadrata. 
In quel momento avrei voluto urlare, prendermi la testa fra le mani, piantarmi le dita nella carne e poi esplodere in un’infinità di pezzi. Gonfiarmi di disperazione ed esploderne una volta saturo. Amavo quel pensiero più o meno da sempre, convinto che sarebbe stata l’uscita di scena migliore, l’unica dimostrazione d'effettiva perfezione che avrei potuto dare a quegli stupidi, inutili e vuoti, esseri umani.

Ad un tratto i miei pensieri furono interrotti da un altro suono, che aveva preso a mescolarsi a quello delle onde. Era una preghiera vicina e lontana, un mormorio che s'intrecciava fastidioso a quello dell’oceano…


continua...-