Di noia, cotte ed altre sostanze
Di Urdi

Spire
[2022 parole]





Il topolino bianco spostò i suoi occhi carminio sulla nuova arrivata.
Anko, i capelli legati alla rinfusa, diversi drink mandati giù a distorcere la sua espressione ed un vestito color indaco a fasciare le sue forme, sorrise.
“In gabbia anche tu, eh?” chiese all’animaletto, svuotando senza alcuna grazia un altro calice di vino rosso. 
Quando anche l’ultima goccia scivolò sulla sua lingua, verso l’interno stesso del suo essere, la donna sospirò e si guardò attorno: la cucina era grande e spaziosa, con mobili all’avanguardia di un acciaio lucente. Sembrava quella di un vero e proprio ristorante. 
“Sai… Io non ho mai cucinato!” sbottò ad un tratto, incurante di star parlando con un topo.
“Non sono mai stata capace e non ho mai avuto voglia di imparare.” Fissò distratta il fondo vuoto del bicchiere. Sospirò un’ennesima volta.
“Penso che qui saprebbe fare qualcosa chiunque. Guarda che pentole! E che forno!” fece un passo in avanti per toccare il frigorifero, ma la vista traballò pericolosamente, così come lei stessa sui suoi tacchi da dodici.
“Ah… fanculo!” imprecò, appoggiando le dita fasciate dai guanti di raso, sulla superficie fredda del tavolo per evitare una caduta.
“Anko-chan, vedo che sei venuta.” Quella voce profonda attirò l’attenzione della donna. Un uomo alto, in completo scuro e camicia candida, lunghi capelli corvini ed occhi dorati, la fissava dalla porta che dava sul corridoio della villa.
Lei sorrise amaramente, scoccandogli un’occhiataccia.
“Orochimaru-sama… - sussurrò, con evidente sarcasmo sull’onorificenza – Lo sapevate che non avrei resistito ad imbucarmi. Dopotutto non sono stata invitata.”
Lui sorrise a sua volta.
“Pensavo non saresti tornata.” Sussurrò affabile, porgendole un calice pieno.
“Sapete com’è… non si sa mai nella vita!” esclamò la donna, evidentemente fuori di senno. Non sembrava ubriaca, pareva ci fosse qualcosa di più, come se la sua disperazione venisse emanata come un’aura.
Orochimaru assottigliò lo sguardo, mettendo così in risalto i suoi lineamenti fini, taglienti.
Lei lo fissò rapita, quell’uomo aveva una bellezza ultraterrena e oscura, talmente insolita per un essere umano da poter essere tranquillamente paragonabile a quella di un dio tentatore. 

“Mi piace Jack!”se ne uscì ad un tratto la mora, avvicinandosi alla gabbietta del topolino.
Il proprietario di casa aggrottò le sopracciglia senza capire, ma prima che potesse chiedere spiegazioni, Anko parlò:
“Il topo: l’ho appena soprannominato Jack… - si voltò a guardarlo oltre le sbarre e l’animale parve annusare l’aria verso di lei, quasi potesse scorgere l’odore dell’alcol che ella emanava – Gli si addice. Ha la faccia da Jack.”
Orochimaru, rimasto con il suo calice in mano, lo appoggiò lentamente sul tavolo, prima di avvicinarsi alla donna che gli dava le spalle.
Lei avvertì quella presenza dietro di sé, il profumo di Calvin Klein al muschio bianco che odiava con tutto il cuore, e le mani forti che le scivolavano sui fianchi.
“Orochimaru-sama…” soffiò, sentendo il fiato caldo dell’uomo sul suo collo. Un brivido di eccitazione era sceso lungo la sua schiena e non aveva potuto fermarlo.
“Jack, hm?” sussurrò lui, nell’orecchio della donna.
“Non… non toccatemi…” e lo avrebbe detto con astio e paura, se l’alcol e l’aura stessa dell’altro non l’avessero completamente resa docile.
“Indovina che fine farà il tuo Jack…” lei rabbrividì a quella frase, di orrore e di piacere al contempo.
Si odiava.
Si odiava per essere tornata da lui, ma non aveva potuto farne a meno.
Avvertendo la lingua lambirle il collo, sino ad arrivare dietro al suo orecchio, Anko spostò il viso di lato per lasciarlo fare.
Era in sua balia.
Lo era stata da piccola, lo sarebbe stata per sempre.
“Anche il serpente deve cibarsi, sai?” le disse, accarezzandole un braccio fino a giungere alla sua mano.
Le sfilò il bicchiere, ancora pieno, dalle dita e poi le intrecciò alle sue. La attirò a sé, facendola piroettare sui tacchi, come in una valzer.


Nella sua vita Orochimaru aveva dato importanza sempre e solo a sé stesso, eppure… quella donna, che ciclicamente, nonostante lo temesse, tornava da lui, sconvolgeva il suo mondo. Diamine, non poteva evitare di provare quel senso di attrazione! E lui odiava non avere il controllo, scivolare con lo sguardo sui lineamenti forti e su quegli occhi scuri in cui leggeva paura e desiderio, senza sapere dove fosse il limite. In un certo senso, provava una sorta di ossessione per Anko, tanto che a volte si trovava a pensare a quello che le aveva fatto e quasi – quasi – se ne pentiva. 
Le sfiorò il viso in una carezza e lei abbassò le palpebre, come ad ammettere una sconfitta.
Com’era bella con quell’ombretto scuro, le ciglia lunghe e le labbra carminio dal rossetto sbavato… lo pensava sul serio in quel momento. Gli sembrava pura, così lontana dal personaggio di pazza scalmanata che si era creata nel tempo.

Orochimaru era un uomo che in quella società rivestiva un ruolo che nessuno avrebbe mai voluto o accettato. Possedeva solamente il proprio ego e poteva affermare con sicurezza che la solitudine era la sua unica e fidata compagna. Nessuno poteva essere calcolato da lui, nessuno aveva il suo rispetto, poiché nessuno lo meritava. Era sempre stato un misantropo e più andava avanti negli anni, più evitava di stringere e solidificare rapporti sociali. Le uniche creature che contemplava erano i suoi serpenti e i suoi esperimenti. Solo loro erano degni di attenzione, perché frutto dei suoi sforzi. La loro esistenza dipendeva da lui, e lui amava avere il potere su di essi.

Anko però, non apparteneva a nessuna delle due categorie. Era fuori da ogni schema; benché Orochimaru provasse piacere nell’averla in pugno, nutriva per lei una profonda stima. O forse c’entrava qualcos’altro, ma non gli importava capire cosa fosse. Data la sua natura, probabilmente non lo avrebbe neppure compreso, se non il giorno – lontano o vicino che fosse – della sua morte.







Sul letto dalle lenzuola di seta scura, l’aveva osservata dormire. Gli era svenuta fra le braccia ed aveva deciso di nasconderla agli occhi dei suoi ospiti. 
Con riverenza le accarezzò i capelli, chiedendosi di sfuggita da dove arrivasse la tristezza che le piegava gli angoli delle labbra. 
“Saresti dovuta rimanere qui.” Sussurrò, osservando gli occhi di lei aprirsi lentamente.
“Mi fate schifo.” Sputò rabbiosa, portandosi seduta.
Assurdo come ultimamente, da quando aveva rotto con Tenzo, si ritrovasse spesso a svegliarsi con un altro uomo accanto.
Orochimaru rise, non della sua solita risata cinica, ma sinceramente, senza scherno.
“Non sei la prima a dirmelo, sai?” soffiò poi, ripreso il suo sguardo magnetico.
Anko, che di norma avrebbe urlato e lo avrebbe preso a pungi, soffocò il desiderio di piangere dalla rabbia.
“Al diavolo! Ero solo molto incazzata con l’universo, cosa credete?”
Lui non calcolò quella frase e la guardò dritta negli occhi.
“Avanti, che cosa vuoi?”
La mora deglutì. Quanto era difficile combattere contro quell’espressione!
“Non cercate di…”
“Anko-chan, tutti vengono o tornano da me sempre e solo per lo stesso motivo. – sibilò - Non farmi perdere altro tempo, gli ospiti mi attendono.”
La donna abbassò lo sguardo e si avvicinò al suo aguzzino.
“Lo… lo sapete cosa.”
Se fosse stato un uomo qualsiasi che si preoccupa della donna che ama Orochimaru l’avrebbe guardata con pena, ma si limitò semplicemente a sorridere come gli si addiceva. Dentro di sé, percepiva un leggero fastidio nel sapere che il desiderio di lei si fermava alla sua polvere, ma lo ignorava.
Senza pensare ad altro, si allungò verso il comodino e ne estrasse una busta contenente una dose massiccia di cocaina. Solo un uomo temuto come lui poteva permettersi di non avere un nascondiglio per quella roba, registrò meccanicamente Anko.
“Mi piacerebbe farti delle raccomandazioni, ma suppongo non servirebbero.”
“Maestro – lo apostrofò sarcastica la donna – Non credo abbiate centrato il punto. Direi che più che non servire, voi siate l’ultimo che possa farmele.”
Lui rise di nuovo, consegnandole la polvere.
“Hai ragione.”

Avrebbe voluto farla sua in quell’istante. Possederla nel corpo come più volte aveva fatto in passato, sentendosi solo con lei in una dimensione di pace. Non capiva proprio come potesse essere l’unica a provocargli quelle sensazioni, eppure… eppure Anko aveva qualcosa di diverso da qualsiasi altro essere vivente.

Ricordò quei momenti in cui lei si opponeva fino alla fine, lottando contro di lui per mantenere il proprio orgoglio. Ricordò di come amava vederla piangere e urlare, sentirla graffiare e mordere la sua pelle, non di piacere, ma di rabbia e paura. E per una volta quelle immagini, che di solito accompagnavano un piacere devastante, gli diedero fastidio. 
Desiderò stringerla, per la prima volta, protettivo, forse persino con dolcezza, per farla stare meglio, per recuperare qualcosa che era andato sbiadendosi.

Quel pensiero evaporò istantaneamente, quando tornò a ragionare con lucidità. Per quindici anni aveva abusato di lei, l’aveva ferita con ogni mezzo, usata per ogni scopo, testata per ogni esperimento, piegata ad ogni suo volere. E nonostante lei rimanesse indomita, sempre fiera e dignitosa, nonostante la sua evidente disperazione, sapeva che non poteva cominciare ad amarla ora.

L’uomo si alzò quindi dal letto, srotolando le maniche della camicia e abbottonandosi i polsini.
Dietro di sé avvertì il fruscio della seta, prima di sentire le braccia di lei circondargli le spalle. 
Un bacio si posò sul suo collo, lasciando un’impronta rossa e Orochimaru si voltò a guardare con distacco quell’assurda creatura che popolava la sua fantasia.
“Dovresti andartene.” Fu il primo e sincero consiglio che le diede. Non era un avvertimento o una minaccia, ma giusto quello: un consiglio. Non avrebbe retto oltre e l’avrebbe ferita ancora, forse con più forza delle altre volte, e alla fine lei sarebbe andata via, urlandogli contro il suo odio.
“Non posso.” Sussurrò Anko, appoggiando le sue labbra su quelle del maestro. 

L’uomo sgranò gli occhi sorpreso da quella carezza gentile, poi in un secondo momento, ricambiò approfondendo il contatto e spingendola a sdraiarsi sul letto. La sentì tremare leggermente, com’era accaduto già altre volte, tuttavia non pareva avesse intenzione di ribellarsi. 
Faceva bene a cedere alla tentazione? Non aveva deciso di chiudere con lei? 
In fondo sapeva di non essere mai stato abbastanza altruista da pretendere di smetterla di rovinarle l’esistenza. Sarebbe stato più facile e meno doloroso, ma non avrebbe avuto quel sapore sublime di veleno e profumo.
“Dovresti andare via…” mormorò di nuovo il padrone di casa, accarezzando i fianchi fasciati della donna. Lei in tutta risposta gli baciò il pomo d’Adamo, lambendolo con una carezza della lingua. 
Dentro di lei non lo avrebbe mai ammesso, eppure il dolore che le provocava il suo maestro era la cosa che desiderava maggiormente in quel momento. 
La vita di Anko, almeno per quello che credeva lei in quel momento, sembrava cadere a pezzi giorno dopo giorno. Sorrise a quel pensiero: in realtà non aveva mai veramente costruito nulla, erano sempre state solo macerie, fin quando da bambina aveva condiviso l’amaro destino di essere una cavia.
L’uomo sopra di lei le accarezzò con riverenza una guancia e lei chiuse le palpebre in un unico ed ultimo gesto di tenerezza. 
Non conosceva la dolcezza, anche se avrebbe voluto, e non poteva cambiare. Non da un momento all’altro.
“Non posso andare via. – sospirò Anko, aprendo gli occhi per fissarli in quelli, ora dannatamente spaventosi, del suo maestro. – Non posso, perché anche il serpente deve cibarsi.” E avrebbe voluto aggiungere che era compito suo prendersene cura. In fondo, nonostante tutto, lo aveva imparato a conoscere e in un certo senso lo capiva. Non erano poi così diversi. Il mondo non era fatto per loro e loro non erano fatti per il mondo. 
Se solo avessero saputo dimostrarselo, avrebbero ottenuto la felicità.

Orochimaru non avrebbe voluto avere fretta, voleva amarla per davvero, ma non ne era capace. Così, lentamente, strinse i polsi di lei sopra la testa fino a lasciarle un segno – un altro.

Spire che si stringono, denti che si scoprono e il desiderio di essere inghiottita per sempre. Anko avvertì il senso di oppressione gravare sul suo cuore e si chiese se quella fosse davvero la soluzione giusta.

“Avresti dovuto seguire il mio consiglio.” 

E in quella stanza, tramutata in una gabbietta dalle sbarre candide, il serpente iniziò ad ingoiare il topolino.

Jack, in cucina, inconsapevole del proprio destino, continuò ad annusare l’aria.



Owari...?




[21 marzo - 12 aprile 2009]

Olé, quanta sana allegria XD Sempre meglio! Comunque, commenti a parte, devo specificare alcune note. Potrei essere andata non solo OOC, ma anche fuori tema. Vorrei dire a mia discolpa che il personaggio di Orochimaru mi è completamente estraneo e contemporaneamente affine. Sono fermamente convinta che fosse, più che un egoista, un perfezionista che credeva solo in sé stesso e che odiava il resto del genere umano, considerato inferiore. Il suo unico rapporto vero è con i suoi serpenti e con la prima donna che ha ricevuto il suo marchio, alias Anko. 
Anko potrebbe risultare particolarmente OOC, perché la mostro in un momento di fragilità. Ma ha subito violenza e perso l’uomo che amava (Tenzo, che aveva condiviso il suo stesso destino e che non l’ha mai amata sul serio) e non riesce a trovare il suo posto, nonostante il carattere forte. E’ un po’ attratta / un po’ intimorita da quell’uomo che è stato punto di riferimento quando era ancora una bambina e finisce per ricadere in un circolo vizioso.

Spero si sia comunque capito il senso e di aver fatto lo stesso un buon lavoro.
inchino profondo

Urdi

Scleri dell’autrice:

Non ci credo! Questa storia si è classificata 2^ al contest “Orochimaru’s pairings”indetto da Compagniescu. Il contest prevedeva di scrivere una fanfic il cui protagonista fosse Orochimaru impegnato in una relazione con un personaggio random. A me è capitata (a fortuna o no) Anko… ed è nata questa storia. Sarebbe uscita comunque, per cui sono stata solamente fortunata, anche se ammetto che proprio a causa del personaggio non era semplice trovare una trama che fosse soddisfacente. Ma la giudice ha apprezzato, per cui me ne sto. Sono contentissima e la ringrazio tanto! Inoltre, tanti complimenti alla vincitrice Inochan e a tutte le altre compagne J di questo contest: uchiha_girl, iaia-chan, Beat_88, Akasuna no Sasori, Rota-chan, Bravesoul, Happy pumpkin e Sky eventide! Ora mi leggo tutte le vostre storie, promesso… ^_^ e fatelo anche voi lettori ù__ù e commentate un pochino su XD

Urdi

Giudizi della giudice:
Originalità: 8.5 
IC dei Personaggi: 8 
Attinenza al Tema: 9.5 
Correttezza grammaticale: 8.5 

Totale: 34.5/40


Risposte ai commenti di “Strage di San Valentino”


@Slice: Anko, sfigata in lacrime e volgare…credo si rivedrà XD uahahahahahahah lo sai che sono sadica ù_ù Per Kakashi e Tenzo… in questa fanfic avranno vita abbastanza amorevole e felice, saranno gli altri a complicarla per loro, ovviamente *__* sempre più sadica, sì, lo so XD ti ringrazio stellina, sempre in pole position, eh? Ti adoro!^*^ bacio!

@Iaia: sono contenta ti siano piaciuti tutti i personaggi!^^ Non so se seguirai la storia, ma comunque ti ringrazio lo stesso. Io ho adorato scrivere Strage, la amo. Non lo so… mi soddisfa dall’inizio alla fine *__*! E poi ha dato un sacco di spunti per creare altre piccole fics collegate fra di loro (che poi sono quelle di questa raccolta!). Le ho già lì pronte, solo che devo collocarle al momento giusto XD Grazie mille (Kakashi? No! Quale merito?! XD ahah… lo farò patire in qualche modo). Bacini!^__^

@Bravesoul: Ciao! Davvero adori come ho reso Anko? Grazie!ç_ç Io un po’ l’ho trovata odiosa, ma la capisco…eccheddiamine! Anche in questa fic l’ho trattata male… anche se ho aggiunto l’apoteosi con la prossima (che è il seguito di questa!). Spero comunque non ti infastidisca l’ooc. Grazie mille!^__^